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selezione poesie


Stupore


Stupore dell’azzurro destarsi
stupiti al sottile
tattile laminare della luce
sorpresa avanti l’alba
nella sua curvatura
limpida saettante all’orizzonte
nell’arco aperto della mente
scattata ancora a consegnarci
corporeo il tepore della vita:

e mattini così trepidi
di penetranti voci
raccolte nel tuo abbraccio!

*

Stupore
della perennità
del volteggiare attonito
dello squittire adamantino
in cristallini aerei
passaggi apparsi
a sondare vergini cavità
condensate nel centro del pensiero
nella fitta, silente
sonorità del vento
nell’incorporeo arpeggio dell’amore:

e garrule rondini a forare
l’aerea dissolvenza della luna
nell’impietrito squillo dell’albore!


Stupore della grazia
di poterti chiamare
d’ascoltarti vicino alla mia assenza
di adorarti sospeso nel mio nulla
di coglierti - folgorato
nell’attimo che sa d’eternità -
Padre perfetto, Dio
della consolazione
della bruciante attesa, Dio
unico e immenso
raccolto nell’infinità amorosa
del tuo Volto.


Stupore del respiro
della sconfinata libertà
dello spirituale chiarore
che aleggia nella candida
veste dei tuoi figli, mio Signore.


Ah, parlare e amarti
con la voce dell’essere integrale
a raggiungere il tuo cielo profondo
consumarsi dentro la perforazione
nell’universo creatore
del tuo Verbo!


Stupore di sorprendermi
esistente
vivo nell’intimo
del tuo possente ardore
nell’estasi
nel palpito, nella irrompente
graziosità del cenno
nella operosa, essenziale
beatitudine della tua dimora
o Vasta Donazione.





La favola infinita



Catturare l’eterno nell’estremo
nel dischiudersi immane del bagliore
nell’iridescente viva rapidità del lampo
candido di corolle di sussulti
resi alla dolcezza della vita
nella liturgica danza del silenzio.


Rivestire l’aperta percezione
di visioni di audace concepire
la trasfigurazione l’umano permanere
della convessità del tuono: il baleno
nel murmure perenne dell’istante
che rapisce l’attesa senza fine.


Trasformare adolescenze impavide
d’aria e di sogno occulte primavere
innocenze scavate dalla grazia
aliti giovanili a palpeggiare
azzurre le aperture dell’immenso
e vivide foglie di germinazione.


Dileguarsi nell’iride dell’alba
in una fitta cavità di luce
diffondendo la voce del sorriso
che avvolge l’arcano della vita
dove tu troverai riconciliata
la favola infinita dell’amore.


Ritrovarsi finalmente oltre il confine
d’ogni possibile appello della mente
esclamando l’attesa lo stupore
d’infrangere gli umani infingimenti
per ritornare illesi nei giardini
della nostra riconciliata età più vera.





Poesia canto spirito amore


Poter donare alla tua voce
la brezza sottile del silenzio
rapito in amorose attonite
invasioni sorte a colmare
liquidità di pascoli marini
appena ne percepisci la distesa
l’immenso soffio, le solari
confluenze, l’origine disciolta
nei fluenti aerei orizzonti
della vita.


Tu attendi alla sua essenza
e ne afferri lo spirito che avanza
dal tempo che ti accolse col sorriso
di rade giovinezze già dischiuse
in madide corolle di sussurri
di voci di sillabe lucenti
condensate nel murmure
incorporeo del vento.


Voce che nasce dalla reviviscenza
fluida del nucleo della vita
dall’occulto bruire di trasalimenti
dalla solarità librata del tuo spirito
raccolto nell’essere del vero
nell’apice più estremo del suo bene
della sua concreta, stillante inflorescenza
del suo umano fermento.


E ne scivola l’ombra
di nube sopra l’erba, scioglie
l’arco, dardeggia rapido lungo
sentieri limacciosi, nell’alito olente
delle lagune e inabissa radi
colori sul tuo volto, fonde
l’immagine, raccoglie
verde fogliame nelle
silenti radure della quiete.


E lo spirito apparve
ebbro di luce alla deriva
gremito di assidua presenza
scivolando nell’anima, nel tuo
trepido arpeggio della mente.
Quando chiamasti Amore
quale confine ai gerbidi forteti
spazio affollato da fugaci voci
dal decoro da inviti da partenze
dal perenne dischiudersi
di nascimenti eterni.


E nella fecondità di trepidi
mattini - troppo sospesi in lente
arboree evoluzioni della luce -
ovunque fulgidi
grappoli d’ali dischiuse alla presenza
dell’arcano, si avvolgono attorno
al tuo centro, dentro la gravitazionale
attesa alla sostanza, al suo
inanellarsi d’immenso scintillare.


Solo per ritrovarla nella solennità
dell’attimo racchiuso dentro il suono
turgido del suo canto, tu hai urtato
nell’ellissi fumosa dei tuoi passi
accogliendo pazienti
rivelazioni e insondabili
migrazioni di estasi
e ruvide dolcezze
e pieghevoli voci di preghiera
raccolta a fendere le crepe
la coriacea scorza, la durezza
delle dissolte, oniriche
età della tua vita.





Poter cantare


Cantare del Bene delle
sorprendenti voci dell’Amore
degli embrioni dei
germogli delle
docili fioriture dell’attesa
nei talami
interiori del silenzio.


Vigile castità della memoria
- nei pallidi vesperi lucenti -
a rinverdire le attonite
infanzie e gli arbustivi
inclinati tepori degli abbracci
della sorpresa di vivere
scoperti sotto il sole sotto
la stringente attrazione
della corpuscolare
raggiata luce nel buio
di una nuda stanza.


Poter cantare
narrare del segreto scioglimento
delle sorgive immacolate e del nascere
palmato nei terrestri abbandoni
negli acuti trillanti nei festosi
giubili del cielo. Sopra di noi
il Bene.
E osannare
contemplando spirituali
le unioni onnipotenti
dell’Amore del caldo
palpito del sangue
nel dono perfetto
dell’immolazione.


Cantare la segreta
ultima donazione della voce
la primordiale squilla della quiete
l’assalto di gremite primavere
a sondare compiute eternità
del mio risveglio nei giardini
dell’eterno tuo ardore
o mio Signore.





Ricordi



Sogni e parole distesi nella mente
come lente immersioni, attese
trascorse nella carne e nel sangue.

E’ l’immane
deriva del tempo che c’invade
e abbandona la vita in attonite
estasi e paure, disincanti e parabole
dolcissime e fremiti di luce e di sorprese.

*

Sottratti all’invadenza del rumore
curve silenti imprigionate
nel bersaglio del vento, circondano
inattesi bagliori, somiglianze a lungo
increspate dal murmure sottile
d’ignote solitudini, dalla supplice
invocata clemenza della notte.

*

Prigione imperitura dei ricordi!

Restiamo inondati dall’assenza
dall’astrazione rapida dei giorni
a chiederci presagi
roridi d’albe, d’immemori
mattini, di forieri avamposti
di meridiane vite
di lame fitte nell’immenso
crepuscolare suono della sera:

brevi luci
trascorse sterilmente in sogno
sonnambuli penombre d’esplosivi
penetranti fulgori e di vitali
presenze in girotondo
nel tempo che ci avvolge
di tattili respiri.

*

(E fosse anche, Signore, la speranza
di risvegliarci ai docili
lievi sussulti della tua carezza!).




A queste voci s’accompagna amore




Riprendere il senso che ci avvolge
nell’ascolto delle cose d’intorno
respinte a dilatare i contorni
della presenza ostile, i disturbi
indulgenti della mente: spente
contestazioni che approdano
nel nulla, nella colpevole, dilatata
veglia sull’intimo vuoto della notte.


Consegnare alla palpitante
il sondaggio incruento dell’attesa
le lievi apparizioni del volto
fugace della vita, i segni, l’arcano
nudo sognare delle insondabili
celerità di abissi e le corporee
palpabili sonorità celesti.


Piegare gli indelebili, i conflitti
acuti, lo stridere confuso, l’empio
della cospirazione, l’umano dissapore
i decubiti inerti, gli atroci
abbattimenti del crescere
perenne, spazioso nei vergini
silenzi della luce, nella
purpurea castità del dono.


(A queste voci m’accompagna amore
- dolce tepore dell’eternità).


Ah! Fugare rapidi gli attriti
le frastornanti nudità del male
per attorniarti di calda intimità.


Mi ricompongo per cedere
alla tua dolce, perfetta donazione.
Fa che riaffiori dalla mia pienezza
la gratuita offerta, invito primo
giubilo risonante d’una festa
consacrata al tuo Nome.





Ci passa accanto Iddio


Come naufragati
nell’esistenza, ci sorprende appena
rapido di rondine un volo
a colmare il ciglio della nostra
strada.

E’ Dio!

*

Dolcissima! Sposa
della mia beatitudine, ho sorpreso
forse per la prima volta la spirituale
carezza dei nostri corpi accesi
di mansuetudine, intenti
a origliare nuove innocenze
sorte dalla germinazione
d’un alito infinito.

E’ Dio!

*

Sappi: Egli
rischiara la discesa adamantina,
la trasparenza della donazione
e cristallini abbandoni, quando ci assale
rifulgente il volto
della serenità.
Rubiamo
o cara, l’eternità, l’eterno
rinverdire del primordiale gemito
della felicità.

E’ Dio!

*

Ci passa accanto
la sua benedizione, la sorprendente
celerità del canto, della perfetta
intonazione. Scioglimento
di boreali assalti, incarnazione
di suoni nell’aurora, nella
perforazione rapsodica dell’alba
nel dileguamento liquido dell’ombra
nell’estenuazione
nel ritrovamento, nell’umana
ultima frontiera dell’amore.

*

Ci passa accanto Iddio
o preziosa, o volo invaghito
di colomba, o rumore scalfito
di conchiglie, o giubilo
del cuore!

*

Restiamo a navigare
come sommersi d’immensa densità
di divina espansione, d’accrescimenti
di furtivi bagliori
dell’inestinguibile
del flessuoso eterno crepitare
della pulsazione.

*

Mia sposa: che mai ritardi l’amarsi
d’immensa donazione! Ci passa

sempre accanto Iddio!





Resterò


Dal mio silenzio ho chiamato
lacerando le inutili difese
della menzogna.
Ho soprattutto incontrato
e dissolto. Ho allertato e rapito
il mio stato di veglia e di sogno
per le improvvise eclissi
di tutte le certezze, la finitudine
del tempo, le putrefazioni
ipocrite passeggere della vita
le onnipotenti apparenze
in simbiosi col nulla, la luminosa
fondazione della vacuità.


Dimmi se c’è, passeggero del cuore:
dimmi l’amore o cose
che serbano illeso il nostro destino.
Dimmi chi ascolta il venire
e l’andare della sorpresa
chi accetta e sconfigge
il tenue rumore della vita.


E cos’altro
che uno stato di grazia
a rapirci dal male - una ridente
effusione di luce a confortarci
e la sovrana tua intima voce
mio Signore,
più forte del patire
che attraversa il contrito
silente rossore della profondità
e avvolge la nostra umana
fluttuante, tattile innocenza
dissipata nella penombra liquida
degli occhi?


Resterò nel silenzio a chiamarti
Signore, impietrito
d’attesa e d’amore.
Resterò per sciogliere
l’ultima resistenza
della proclamazione umana.





La voce del ritorno


Quando mi sorprendo nell’attesa di chiamarti
ed ho certezza di questo palpitare, affondo
il viso nel vuoto e scruto, oltre il buio,
l’inafferrabile voce della tua sentenza.


Angeliche navate del silenzio, adorne
appena di canto lontanissimo a destarmi
sull’umana pietà. Smarrito il mio lamento
mi ritrovo a scrutare limpidissimo


il volto della vita. Dove arderà l’eterno?
Dove cercare il sentiero della luce, dove
da questi tortuosi riannodare, dove
sostare, dove, dispersa umanità senza


pastore? Dalle tue mani - abbattuto
nel sole roteante del deserto - acqua viva
ho lambito con le labbra. Ineffabile
la voce del ritorno! Intorno a te

mia luce, la morte s’è disfatta. Perdono!





Rinasceremo


Per le vittime
dell’aereo dei volontari precipitato nel Kosovo
del crollo del palazzo di Foggia
del terremoto in Turchia
del nubifragio nel sud della Francia ed in Sardegna


Imperscrutabili sono le tue vie
Signore.
E la mente
naufraga per la piena del cuore
mentre gonfi i cumuli del tuono
rovesciano fiumi e il cielo precipita
in paludi di morte.
Si ripete
l’opera umana, fragile, franosa in
lacerazioni spente di lamenti
di piccoli assembramenti di
dolore, di nudi bambini e macerie
dell’umana nequizia.


Espiazione
per l’altrui dolore e offerta
olocausto e gaudio: ‘dies natalis’
invochiamo e sia segnato
ciascuno, ricomposto da frantumi
di ali di nebbia, tra lo stuolo infinito
il Re in eterno laudantes.


Mentre ancora dal cuore della Terra
sale un tremito oscuro, funesto
e l’umana sciagura ne ricopre il volto.

Su tutto grande è il pianto
e il buio. E non sappiamo.


Fino a quando, Signore, l’ombra
della colpa segnerà grande
tribolazione? Quando usciremo
da questa muta oscura sordità?


Così in questo devastante
sgomento anche la luce
che accende la trepida speranza
si veste di pudore.


Ma, volgendoci altrove, forse
nella memoria adolescente
si schianterà l’urlo che ci trova
improvvisati nella morte.
Mentre dalle radure
del cuore, orantes, innalzeremo
memorabile altissimo un sottile
lembo di tramonto e la frontiera
che ci tiene nascosto il patire
senza altre risorse che il crollare
nuovamente del cuore.


E se arde nobilissimo un grido
se umile ancora intride la terra
sangue attesa e dolore: rinasceremo!

(E questo è il mio canto, Signore.
Perdono!).





Rivelazione


Quando risalgo da queste oscillazioni
trepide le mie voci si disciolgono
nel canto e rincorro, chiaro
il tuo volto nel crinale delle mie
ruvide asperità.


Attendimi Signore
nelle ore condivise con la pena
dei piccoli orizzonti della vita.
Attendimi nella serenità dell’aria
che trasale, nel nitore dei vesperi distesi
quando ogni lotta è spenta
e vuoto mi soccorre
lo sguardo plorante della luce.


Assiduo il mio silenzio e ti circondo
col mio passo racchiuso nelle pieghe
del profondo tacere, del chiamarti
a tratti col singhiozzo
della mia prostrata umana nudità.


Attendimi
nelle vaste chiarità collinari, nei voli
sorpresi del mio cuore, nell’ansito
muschioso dei miei boschi, dove raccolgo
onnipotente il tuo respiro, Dio mio
mio tutto, così desiderato e atteso
nell’ultima rivelazione del Creato.





Dove solo batte la tua luce


Involontarie luci del tramonto
sul bianco dei capelli, salgono a destarmi
dal torpore. Grandi occhi nel vento a sfilacciarsi
in nubi candide, sottili, e dentro
incontenibile l’umano perpetuo naufragare
delle pupille.


Lievi, adombrate perfezioni
dell’ultima porzione della luce e il canto
serrato nella gola e la perfetta
letizia sorvolando le attonite distese
della vita, i campi, le barriere
del sogno.


Mi sostengo
nel tuo sguardo fitto d’amore, immemore
della mia nudità e t’accolgo solo col dolore
dei nodi costipati nella voce, nell’alito fugace
della mia preghiera.


Adamantina
trasparenza del tuo volto a trafiggermi! Mentre
in solitudine, turbato, sparso nella residua
porosità della memoria, appena adunato
dallo sterile soffio dei venti sulla Terra, rincorro
l’eco della tua voce, il suo conforto e mi spingo
di là da tutti i desideri, alla frontiera
del tuo amore avvolgente, sconfinato
dove solo batte la tua luce.


(Così, trepidamente
ascolto il tuo perdono, mio Signore).





Voce del canto


Dimmi le voci che salgono dal canto.

E la pietà, le sconfitte dei nostri consueti

giorni placati dall’inerzia, atterriti
dal volo rapido dell’assurdo franare
dal tempo frantumato nella mente
da piccoli, ostinati nugoli del cuore
da inumane grida.

E dagli olocausti:
perpetue deflagrazioni della memoria
viscerale gelida risonanza dei nostri
dispersi sentimenti nella notte
degli occhi.

*

Dimmi dell’ avvincente
assalto, dell’impeto del canto, delle
sorgive d’estasi. Dimmi dei teneri
abbandoni, e del sogno.

Ma dove
celare la vergogna dei pianti
per le strade del mondo? Come
sanare la nostra appartenenza
alla sordità, all’oscura inafferrabile
penombra dell’infido supino
sortilegio del male, attorcigliato
nei battiti del cuore, nelle
levigate seducenti fattezze
della nostra umana legalità?

*

Felici d’essere uragano e sabbia
screpolata. Estrema, disperata

follia d’ergersi sul vuoto
attrito della nostra insipienza.

Terra e Sangue ancora leviamo
a intridere l’ultima frontiera
della speranza ai piccoli
sussulti della gioia.

*

Incrinato
dai sussurri del male, mi soffermo
ancora una volta ad invocarti,
voce del canto, verde
deriva di sillabe fugate
nella luce.

(E non so scordarti
Signore, dolce approdo. Pietà!).





Aridità


Le nostre piccole asperità
gli attriti ruvidi del cuore
le sue screpolate aridità
spengono, Signore, il grido
e l’impeto dei nostri sogni
più saldi, la speranza
e l’azzurro.
Restiamo
come turbati da lievi
Impercettibili vapori
nella mente, spenta ai sussulti
della grande certezza.


Siamo
poca, piccola cosa
annichilita e chiusa
alle vastità squillanti, ai tripudi
dell’immensa, folgorante voce
della vita. Siamo nulla, polvere
dissolta, assurdità cosciente.


Eppure amabilmente splende
lo sguardo e la parola
tua, di là da questa opacità
sofferta nella carne. Di là da dove
compiutamente s’irradia la presenza
eterna della luce: letizia
gaudio, canto inenarrabile
di folte primavere, resurrezioni
fisse nell’infinità del tuo
immenso, onnipresente amore.


Benedicente ancora, accoglici
Signore, raccogli
la nostra nullità, la sorda
grama, avara gravità del cuore
e della mente, pervasi
da deprimenti cure, dal verme
che corrode, da grida soffocate
dalla ruggine, da tiepidi
tremori, da tramonti, da sabbie
disseccate, sparse a coprire
l’alito innocente della vita.





Redenzioni


Dolce il fluire delle voci in questo
attonito radente scivolare delle ombre
mentre m’immergo nella calda
serenità del cuore e ti guardo: mi sei
docile, perfetto, in donazione.


E vedo condensarsi in lievi
sonorità di slanci, di giubilo
il tripudio della mente e lo spirituale
dissolversi del pianto e il gaudio
le certezze, il rapido luminoso
crollo delle barriere nel silenzio.


E ascolto l’attento rifluire delle pieghe
interiori, dei riposti irredenti torpori
delle latenti incresciose oscurità
della carne, intrisa di grida pieghevoli
di riscatti e paure, di supplici abbandoni
di silente patire soffocato dalle nostre
umane germinazioni.


Oscillazioni lievi delle piaghe:

aperte agli spazi brevi, folgoranti
delle nostre residue innocenze;

aperte al contratto anelito del cuore
sul dolore sparso a colmare
gli opercoli strappati alla nostra
avida, gemente cecità.


Misericordia invochiamo, rischiarati
al palpito del tuo immenso amore;

e redenzione ad ogni nostro
urlo lacerato di speranza
per le supplici inquinate invocazioni
per il tormento aperto ai desideri
per l’umana dissipata fragranza
sciolta nel vento da tiepidi
vacui turiboli ploranti. Pietà!





Sia pace al giorno


Poterti dire, buon Signore,
delle sorprese, degli aliti
degli insondabili, oscuri palpiti
del silenzio ceduo
della vita profonda della notte
dei sospesi, triturati rancori
del patire.


Solare gioia, mi sei, accesa
solitudine del cuore:
avanti l’alba, sconfitta
dalle nascenti, alari increspature
di luminosità donate
al fervente tripudio della vita.


M’irradi attesa, formidabile
cavità del canto. Incendi
inestinguibile strani torpori
disfatte celerità del corpo
assenze della mente, nuclei
dissonanti di mestizia.
E il dolore.


Sia pace, mio Signore, al giorno
che estingue le sue ombre; sia pace
a chi scende nel pianto
e porge innumerevole fragranza
di preghiera, a chi loda
l’apparire del volto
e la speranza di umane
ascese, di trepide letizie
e rapimenti, di sussulti
fraterni, folgorati
dal tuo soffio amorevole
gaudioso.





Se richiami il tuo nome


Stammi vicino, non
celare la tua calda voce, non
chiudere l’alito velato
del tuo amore. Se richiami
il tuo Nome, si screpola
la mia muta luce, si scioglie
l’essere in assenzio, si disperde
in sgomento ogni respiro.


*

Ti ho amato, Signore,
ho rapito il tuo dolce tepore:
ora, prostrato, mi dirado
nel nulla e dissolvo
il mio ardente fermento
nelle rade improvvise
della desolazione.

Tu
non distogliere mai
il tuo sguardo dalla mia
voce incrinata dell’amore
dalla mia paura, dalle
disseccate pulsioni, dagli
slanci perduti nell’angoscia.

*

Coagula, Signore, raccogli
in un unico grido
l’essere mio, disperso:
fa che il giorno
distenda nuovamente
trepidi abbandoni, certezze
a dissolvere il dubbio
barriere al pungolo irritante
dell’ errore; e dolcezze
risorte con l’abbraccio
fraterno della donazione
all’umano patire e al tuo
repentino bagliore.

*

Avvolgimi di te, trafiggimi!

Così t’invoco! E sia pegno
di grazia, di riscatto
del tempo votato alla tristezza
la serena, redenta
letizia che m’intridi - dimessa
l’oscurità del volto - nella carne.
Sia pegno la pace dell’offerta
il richiamo perfetto alla tua
luce, l’oblazione, il ristoro
l’acqua viva, nella perenne
memoria della tua
ultima cena, mio Signore.





Il tuo dono



Perché mi hai donato questa voce
lentissima a rompere frontiere
di silenzio?
Ostinata
solitudine, sembianze rifluite
nell’interiore vastità del canto
nate a fissare attese condensate
di passaggi eterni, di piccole
crepuscolari vite, di onnipotenti
evanescenze della mia
castigata rapidità d’infanzie.


Solo ora
ho da dirti il mio consenso
ai tuoi lievi brusii, alla tua voce
al morbido tepore dei tuoi occhi
agli inviti, agli attimi di grazia
sconfinati.


Ridestami, Signore
da ripidi, scoscesi annebbiamenti
da fitte cavità, da vuoti
senza nome.
Semmai
m’accorgerò del mio destino
semmai potrò riaprire dal passato
dal greve fastidio d’una vita
eclissata d’assenze, da volumi
oscuri, dal male inerte: sarà
la tua tenerissima mano a fugarmi
dalla gelida opacità del nulla.


Ora t’invoco:
misericordia
delle ore sospinte dall’assenza
del tempo dissolto da rumori
di sordità deposte sul mio cuore
gravi di terra, di rancore, di supina
disfatta, di repentine morti!


Pietà, mio Dio! E sia la pace
del mio canto a rapirmi
la densità del pianto. Sia
il tuo dono, presagio di nuove
redenzioni, possedimento di piena
donazione, celeste fissione
sottratta all’innocenza
della vita destata dal tuo soffio.





Nullità


Quando mi guardi io mi nascondo
dietro il mio rossore, mi celo
dentro l’incresciosa embrionale finitezza
germinata nella mia frantumazione.

E resto ad ascoltarti col corpo
denudato, con questa mia
viscerale fisica nullità.

E mi guardo:

non ho possenti gemiti d’estasi
a invocarti, non ho presenze
d’insondabili notti a trascorrere
abissi di preghiera, non ho attese
di luci, di mistici clamori dove sedare
la mia deplorazione, il mio biasimo
l’afflizione del cuore. Non ho
nulla su cui fondare il mio conforto.

Se appena possiedo questi rapidi
sussulti, questi fugaci labili abbandoni
a donarti piena assenza di me, questi
rapimenti sottratti alla distratta
deprimente, forsennata, umana
quotidianità del nulla: io mi piego.

E mi ravviso troppo adunato
da dissipazione, da vuoti tratti del vivere
da aperte contraddizioni, da effimere
vacuità del cuore, da futili
adesioni, da furti perpetrati
alle primigenie innocenze
della vita.

Cosa ho da dirti di questa
vaga frustrata condizione, di questa
mia smarrita, giacente umanità?

Tu allora chiamami per nome
ché in te confido, risorgimi
da questa desolata cavità
del cuore, dal nulla che mi stringe
dai brividi, dagli aliti profondi
della notte discesa a sgretolare
l’essere mio scomparso
dentro l’inquietante
stordente rumore del fugace
scorrere del mondo.





Dall’uscio già dischiuso


“Ecco: io sto alla porta e busso.
Se uno, udendo la mia voce, mi aprirà la porta,
io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me”.
Apocalisse 3.20



Resti immobile, discreto, per
tanto tempo, di fuori, sul sagrato
dell’attesa, chiamando
dolcemente, avvolto di seriche
penombre, nella spenta
permeabile sonorità del grido.


E la sera raccoglie questo
ardore, l’invito, il desiderio
divino di irrompere in silenzi
di sintesi perfette, nell’interiore
docile adesione a riversare
l’enorme, inenarrabile
fluidità gaudiosa dei celesti
abbandoni della grazia.


Tu cogli il mio sospeso
respiro, la silente tensione
il volgere possente
della folgorazione appena
trapela uno spiraglio
dall’uscio già dischiuso.


T’invoco, vieni! La tua voce
s’è raccolta oramai nella mia mente
e batte dal mio esilio, dalla mia
celere nudità del cuore. Vieni
a rapirmi il battito, a scoprire
pulsazioni di grazia ricomposta
nel laminato strato della vita
nell’impeto a lambire - abbandonato
ai tuoi piedi - il preziosissimo
tuo dono, l’irruente ineffabile tuo
tripudio: sogno d’amore ultimo, sovrano
sogno infinito di attonita presenza.


Tu-io: Tutto-nulla, una pallida
sera della vita. Rifluito dal vuoto
nella serena densità del canto
lieve mi richiami, discendendo
nell’interiorità più intima del desco
tra le aperte voragini di luce,
da lacerate, notturne velature
raccolto a diradare le lente, larvate
retrattili invadenze delle ombre
a radunare attimi di palpito, pulsioni
del cuore aperto, delle invocazioni
della perfetta ultima donazione
dell’ infinito amore.


Socchiuso è l’uscio, vieni!
Trepidamente attendo la tua cena
prono, raccolto nell’attesa
dell’ascolto, sorpreso nel rumore
felice, trasognato dei tuoi passi.





L’essere del nulla



Giorni accesi dal torrido vento di scirocco
ricoprono il mio sguardo imprigionato
dentro la fuga di plumbei mattini, spazzati
all’orizzonte da rapidi chiarori della mente.


Mi ritrovo disperso, offuscato da piogge
minacciose, da torbidi, spenti brontolii
di tuoni. E scopro il mio corpo condensato
da clamori, dal repentino schianto di notturni


risvegli e l’animo trafitto da furtive angosce
per le folte metastasi fiorite nella carne
nel cuore annichilito, sgomento all’apparire
fugace della nera voragine del male, della


morte seconda, dell’inabissarsi eterno
nell’essere del nulla. Attimi sospesi, atroci
insostenibili, del mortale pallore della notte.
E passano lontano questi giorni, dalle mie


sospese intimità, con ruvide folate sorgenti
dal rancore dei dispendiosi attriti della vita
col vento che s’abbatte repentino tra i rami
disadorni del silenzio, tra brividi di pioggia


martellante, a darmi piena consapevolezza
del tuo possesso. Tu mi hai disteso la mano
mi hai chiesto risonanze nascenti dai tepori
di vividi consensi, di calda santità inalata


nel fitto della carne, rimarginando la mia
pavida essenza dell’amore. Nella luce hai
adunato il mio niente smarrito, dissolvendo
le franose fioriture delle iridi, folte di brulicanti


eteree evanescenze, scomparse nel nulla
scivoloso della vita. Ora ho raccolto in me le tue
perforazioni, dall’informe mio dire alla chiarezza
della tua prodigiosa, fulgida, risorta iridescenza.





Ecco, ti esalto, Signore


“Ti esalto, Signore,
perché mi hai salvato”
(Salmo 114)



Quando discendo dolce il mio declivio
della memoria nel venirti incontro
e raccolgo il tuo sguardo da lontano
accennarmi a salire nel tuo ardore


ridesto docili i consensi a quel richiamo
e mi affaccio alla vita a sorseggiare
la vasta plenitudine d’amore, la speranza
d’arboree curvature dell’eterno, efflorescenze


risorte nella luce del tuo Nome. O immenso
possesso, cosa hai colto nel volto disunito
di questa piccola cosa, del suo protervo ardire
per stendere il tuo braccio a raccogliere inerme


il suo vagito? Tacciono le ombre mobili
dei colli, le verdi nubi sopra la scogliera
gli ulivi librati alla tua voce: s’apre sospeso
il nitido, vitale silenzio della tua presenza


accorsa a sollevarmi dall’oscuro abbandono
della vita. Ecco, ti esalto Signore, perché
mi hai sottratto dalle brume invernali
della notte, dalle rugose asperità del male.


Perché con la tua mano hai dileguato
nebbiose incrinature, nude dorsali apparse
all’orizzonte ceduo del tempo, alla sua eco;
all’impietoso vacuo scioglimento nella terra


dei venti, dello smarrimento mormorato
per lunga inclinazione nella mente di futili
abbandoni, di dirupi, di scoscese inopinate
morti. Ti esalto, perché tu hai dato ascolto


all’urlo pronunciato nel silenzioso annuncio
della mia più sommersa prostrazione. Per questo
ho supplicato. Ed ecco, al tuo cospetto potrò, nella
terra dei viventi, deciso camminare, mio Signore.





Se non vivo con te



Vorrei tingere di assorto frastuono
il mio fluire nella viva presenza
del tuo dono.
Chiamarti nell’attimo
del mio certo abbandono alla concreta
scorrevole invadenza dell’essere mio
accorso a sciogliersi svanendo nel tuo seno.

Soltanto in questo abbraccio esisto,
esiste la mia pieghevole sostanza
soltanto nel tuo Nome.


Quando riaffiora
l’inconsistenza di palpiti diffusi
nella breve umanità dei giorni
accasciato dai rumori del tempo:
sono perso, dissolto nella piena
irrompente del vuoto.


Se non vivo con te, Signore, resto
disperso tra i crinali delle nude
sembianze dello sterile vociare
contratto nel vanire, dissipato
nel cavo fitto dell’inesistenza.


Se non conduci il mio risveglio
in ogni frazione minima del mio
trascorrere turgido nel mondo:
il tempo si dissolve, svanisce
nell’oblio ed assaporo l’inquietante
cruda sonorità del nulla.


Ma interminabile serenità riappare
a squillare con la voce dei vespri,
in mattutine lodi, correndoti incontro
svelandoti nel corpo, nelle pupille stanche
dal dolore, ravvisando il tuo Volto
soffuso nello sguardo di chi tende
la sua ultima voce.


Reduce dal tumulto spoglio dei giorni
mi riaffaccio alla vita appena
ti riconosco nel mio tempo acceso
ad attendere alla tua dolce premura,
a inclinarmi proteso nel servizio,
desto a lenire - nel regale segno
della tua ‘Divina Provvidenza’ -
questo male organico di vivere
di chi ha mani innocenti sulla terra.


Fa ch’io plasmi nel cuore
la limpida luce del tuo Volto in ogni
trepido istante del mio giorno,
nel mio pulsare intenso - compreso
dell’amabile tuo docile richiamo,
intento a scrutarti nella
diffusa sofferenza che supplice
si scioglie da palpebre fraterne,
pronto ad accorrere, a gioire
di un semplice gesto, una seppure
minima gratuità del dono, dell’offerta
d’una primizia del respiro
sospeso in granuli d’amore
nella spirituale, penetrante, estesa
definizione eterna della vita.


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