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selezione poesie Stupore Stupore dell’azzurro destarsi stupiti al sottile tattile laminare della luce sorpresa avanti l’alba nella sua curvatura limpida saettante all’orizzonte nell’arco aperto della mente scattata ancora a consegnarci corporeo il tepore della vita: e mattini così trepidi di penetranti voci raccolte nel tuo abbraccio! * Stupore della perennità del volteggiare attonito dello squittire adamantino in cristallini aerei passaggi apparsi a sondare vergini cavità condensate nel centro del pensiero nella fitta, silente sonorità del vento nell’incorporeo arpeggio dell’amore: e garrule rondini a forare l’aerea dissolvenza della luna nell’impietrito squillo dell’albore! Stupore della grazia di poterti chiamare d’ascoltarti vicino alla mia assenza di adorarti sospeso nel mio nulla di coglierti - folgorato nell’attimo che sa d’eternità - Padre perfetto, Dio della consolazione della bruciante attesa, Dio unico e immenso raccolto nell’infinità amorosa del tuo Volto. Stupore del respiro della sconfinata libertà dello spirituale chiarore che aleggia nella candida veste dei tuoi figli, mio Signore. Ah, parlare e amarti con la voce dell’essere integrale a raggiungere il tuo cielo profondo consumarsi dentro la perforazione nell’universo creatore del tuo Verbo! Stupore di sorprendermi esistente vivo nell’intimo del tuo possente ardore nell’estasi nel palpito, nella irrompente graziosità del cenno nella operosa, essenziale beatitudine della tua dimora o Vasta Donazione. La favola infinita Catturare l’eterno nell’estremo nel dischiudersi immane del bagliore nell’iridescente viva rapidità del lampo candido di corolle di sussulti resi alla dolcezza della vita nella liturgica danza del silenzio. Rivestire l’aperta percezione di visioni di audace concepire la trasfigurazione l’umano permanere della convessità del tuono: il baleno nel murmure perenne dell’istante che rapisce l’attesa senza fine. Trasformare adolescenze impavide d’aria e di sogno occulte primavere innocenze scavate dalla grazia aliti giovanili a palpeggiare azzurre le aperture dell’immenso e vivide foglie di germinazione. Dileguarsi nell’iride dell’alba in una fitta cavità di luce diffondendo la voce del sorriso che avvolge l’arcano della vita dove tu troverai riconciliata la favola infinita dell’amore. Ritrovarsi finalmente oltre il confine d’ogni possibile appello della mente esclamando l’attesa lo stupore d’infrangere gli umani infingimenti per ritornare illesi nei giardini della nostra riconciliata età più vera. Poesia canto spirito amore Poter donare alla tua voce la brezza sottile del silenzio rapito in amorose attonite invasioni sorte a colmare liquidità di pascoli marini appena ne percepisci la distesa l’immenso soffio, le solari confluenze, l’origine disciolta nei fluenti aerei orizzonti della vita. Tu attendi alla sua essenza e ne afferri lo spirito che avanza dal tempo che ti accolse col sorriso di rade giovinezze già dischiuse in madide corolle di sussurri di voci di sillabe lucenti condensate nel murmure incorporeo del vento. Voce che nasce dalla reviviscenza fluida del nucleo della vita dall’occulto bruire di trasalimenti dalla solarità librata del tuo spirito raccolto nell’essere del vero nell’apice più estremo del suo bene della sua concreta, stillante inflorescenza del suo umano fermento. E ne scivola l’ombra di nube sopra l’erba, scioglie l’arco, dardeggia rapido lungo sentieri limacciosi, nell’alito olente delle lagune e inabissa radi colori sul tuo volto, fonde l’immagine, raccoglie verde fogliame nelle silenti radure della quiete. E lo spirito apparve ebbro di luce alla deriva gremito di assidua presenza scivolando nell’anima, nel tuo trepido arpeggio della mente. Quando chiamasti Amore quale confine ai gerbidi forteti spazio affollato da fugaci voci dal decoro da inviti da partenze dal perenne dischiudersi di nascimenti eterni. E nella fecondità di trepidi mattini - troppo sospesi in lente arboree evoluzioni della luce - ovunque fulgidi grappoli d’ali dischiuse alla presenza dell’arcano, si avvolgono attorno al tuo centro, dentro la gravitazionale attesa alla sostanza, al suo inanellarsi d’immenso scintillare. Solo per ritrovarla nella solennità dell’attimo racchiuso dentro il suono turgido del suo canto, tu hai urtato nell’ellissi fumosa dei tuoi passi accogliendo pazienti rivelazioni e insondabili migrazioni di estasi e ruvide dolcezze e pieghevoli voci di preghiera raccolta a fendere le crepe la coriacea scorza, la durezza delle dissolte, oniriche età della tua vita. Poter cantare Cantare del Bene delle sorprendenti voci dell’Amore degli embrioni dei germogli delle docili fioriture dell’attesa nei talami interiori del silenzio. Vigile castità della memoria - nei pallidi vesperi lucenti - a rinverdire le attonite infanzie e gli arbustivi inclinati tepori degli abbracci della sorpresa di vivere scoperti sotto il sole sotto la stringente attrazione della corpuscolare raggiata luce nel buio di una nuda stanza. Poter cantare narrare del segreto scioglimento delle sorgive immacolate e del nascere palmato nei terrestri abbandoni negli acuti trillanti nei festosi giubili del cielo. Sopra di noi il Bene. E osannare contemplando spirituali le unioni onnipotenti dell’Amore del caldo palpito del sangue nel dono perfetto dell’immolazione. Cantare la segreta ultima donazione della voce la primordiale squilla della quiete l’assalto di gremite primavere a sondare compiute eternità del mio risveglio nei giardini dell’eterno tuo ardore o mio Signore. Ricordi Sogni e parole distesi nella mente come lente immersioni, attese trascorse nella carne e nel sangue. E’ l’immane deriva del tempo che c’invade e abbandona la vita in attonite estasi e paure, disincanti e parabole dolcissime e fremiti di luce e di sorprese. * Sottratti all’invadenza del rumore curve silenti imprigionate nel bersaglio del vento, circondano inattesi bagliori, somiglianze a lungo increspate dal murmure sottile d’ignote solitudini, dalla supplice invocata clemenza della notte. * Prigione imperitura dei ricordi! Restiamo inondati dall’assenza dall’astrazione rapida dei giorni a chiederci presagi roridi d’albe, d’immemori mattini, di forieri avamposti di meridiane vite di lame fitte nell’immenso crepuscolare suono della sera: brevi luci trascorse sterilmente in sogno sonnambuli penombre d’esplosivi penetranti fulgori e di vitali presenze in girotondo nel tempo che ci avvolge di tattili respiri. * (E fosse anche, Signore, la speranza di risvegliarci ai docili lievi sussulti della tua carezza!). A queste voci s’accompagna amore Riprendere il senso che ci avvolge nell’ascolto delle cose d’intorno respinte a dilatare i contorni della presenza ostile, i disturbi indulgenti della mente: spente contestazioni che approdano nel nulla, nella colpevole, dilatata veglia sull’intimo vuoto della notte. Consegnare alla palpitante il sondaggio incruento dell’attesa le lievi apparizioni del volto fugace della vita, i segni, l’arcano nudo sognare delle insondabili celerità di abissi e le corporee palpabili sonorità celesti. Piegare gli indelebili, i conflitti acuti, lo stridere confuso, l’empio della cospirazione, l’umano dissapore i decubiti inerti, gli atroci abbattimenti del crescere perenne, spazioso nei vergini silenzi della luce, nella purpurea castità del dono. (A queste voci m’accompagna amore - dolce tepore dell’eternità). Ah! Fugare rapidi gli attriti le frastornanti nudità del male per attorniarti di calda intimità. Mi ricompongo per cedere alla tua dolce, perfetta donazione. Fa che riaffiori dalla mia pienezza la gratuita offerta, invito primo giubilo risonante d’una festa consacrata al tuo Nome. Ci passa accanto Iddio Come naufragati nell’esistenza, ci sorprende appena rapido di rondine un volo a colmare il ciglio della nostra strada. E’ Dio! * Dolcissima! Sposa della mia beatitudine, ho sorpreso forse per la prima volta la spirituale carezza dei nostri corpi accesi di mansuetudine, intenti a origliare nuove innocenze sorte dalla germinazione d’un alito infinito. E’ Dio! * Sappi: Egli rischiara la discesa adamantina, la trasparenza della donazione e cristallini abbandoni, quando ci assale rifulgente il volto della serenità. Rubiamo o cara, l’eternità, l’eterno rinverdire del primordiale gemito della felicità. E’ Dio! * Ci passa accanto la sua benedizione, la sorprendente celerità del canto, della perfetta intonazione. Scioglimento di boreali assalti, incarnazione di suoni nell’aurora, nella perforazione rapsodica dell’alba nel dileguamento liquido dell’ombra nell’estenuazione nel ritrovamento, nell’umana ultima frontiera dell’amore. * Ci passa accanto Iddio o preziosa, o volo invaghito di colomba, o rumore scalfito di conchiglie, o giubilo del cuore! * Restiamo a navigare come sommersi d’immensa densità di divina espansione, d’accrescimenti di furtivi bagliori dell’inestinguibile del flessuoso eterno crepitare della pulsazione. * Mia sposa: che mai ritardi l’amarsi d’immensa donazione! Ci passa sempre accanto Iddio! Resterò Dal mio silenzio ho chiamato lacerando le inutili difese della menzogna. Ho soprattutto incontrato e dissolto. Ho allertato e rapito il mio stato di veglia e di sogno per le improvvise eclissi di tutte le certezze, la finitudine del tempo, le putrefazioni ipocrite passeggere della vita le onnipotenti apparenze in simbiosi col nulla, la luminosa fondazione della vacuità. Dimmi se c’è, passeggero del cuore: dimmi l’amore o cose che serbano illeso il nostro destino. Dimmi chi ascolta il venire e l’andare della sorpresa chi accetta e sconfigge il tenue rumore della vita. E cos’altro che uno stato di grazia a rapirci dal male - una ridente effusione di luce a confortarci e la sovrana tua intima voce mio Signore, più forte del patire che attraversa il contrito silente rossore della profondità e avvolge la nostra umana fluttuante, tattile innocenza dissipata nella penombra liquida degli occhi? Resterò nel silenzio a chiamarti Signore, impietrito d’attesa e d’amore. Resterò per sciogliere l’ultima resistenza della proclamazione umana. La voce del ritorno Quando mi sorprendo nell’attesa di chiamarti ed ho certezza di questo palpitare, affondo il viso nel vuoto e scruto, oltre il buio, l’inafferrabile voce della tua sentenza. Angeliche navate del silenzio, adorne appena di canto lontanissimo a destarmi sull’umana pietà. Smarrito il mio lamento mi ritrovo a scrutare limpidissimo il volto della vita. Dove arderà l’eterno? Dove cercare il sentiero della luce, dove da questi tortuosi riannodare, dove sostare, dove, dispersa umanità senza pastore? Dalle tue mani - abbattuto nel sole roteante del deserto - acqua viva ho lambito con le labbra. Ineffabile la voce del ritorno! Intorno a te mia luce, la morte s’è disfatta. Perdono! Rinasceremo Per le vittime dell’aereo dei volontari precipitato nel Kosovo del crollo del palazzo di Foggia del terremoto in Turchia del nubifragio nel sud della Francia ed in Sardegna Imperscrutabili sono le tue vie Signore. E la mente naufraga per la piena del cuore mentre gonfi i cumuli del tuono rovesciano fiumi e il cielo precipita in paludi di morte. Si ripete l’opera umana, fragile, franosa in lacerazioni spente di lamenti di piccoli assembramenti di dolore, di nudi bambini e macerie dell’umana nequizia. Espiazione per l’altrui dolore e offerta olocausto e gaudio: ‘dies natalis’ invochiamo e sia segnato ciascuno, ricomposto da frantumi di ali di nebbia, tra lo stuolo infinito il Re in eterno laudantes. Mentre ancora dal cuore della Terra sale un tremito oscuro, funesto e l’umana sciagura ne ricopre il volto. Su tutto grande è il pianto e il buio. E non sappiamo. Fino a quando, Signore, l’ombra della colpa segnerà grande tribolazione? Quando usciremo da questa muta oscura sordità? Così in questo devastante sgomento anche la luce che accende la trepida speranza si veste di pudore. Ma, volgendoci altrove, forse nella memoria adolescente si schianterà l’urlo che ci trova improvvisati nella morte. Mentre dalle radure del cuore, orantes, innalzeremo memorabile altissimo un sottile lembo di tramonto e la frontiera che ci tiene nascosto il patire senza altre risorse che il crollare nuovamente del cuore. E se arde nobilissimo un grido se umile ancora intride la terra sangue attesa e dolore: rinasceremo! (E questo è il mio canto, Signore. Perdono!). Rivelazione Quando risalgo da queste oscillazioni trepide le mie voci si disciolgono nel canto e rincorro, chiaro il tuo volto nel crinale delle mie ruvide asperità. Attendimi Signore nelle ore condivise con la pena dei piccoli orizzonti della vita. Attendimi nella serenità dell’aria che trasale, nel nitore dei vesperi distesi quando ogni lotta è spenta e vuoto mi soccorre lo sguardo plorante della luce. Assiduo il mio silenzio e ti circondo col mio passo racchiuso nelle pieghe del profondo tacere, del chiamarti a tratti col singhiozzo della mia prostrata umana nudità. Attendimi nelle vaste chiarità collinari, nei voli sorpresi del mio cuore, nell’ansito muschioso dei miei boschi, dove raccolgo onnipotente il tuo respiro, Dio mio mio tutto, così desiderato e atteso nell’ultima rivelazione del Creato. Dove solo batte la tua luce Involontarie luci del tramonto sul bianco dei capelli, salgono a destarmi dal torpore. Grandi occhi nel vento a sfilacciarsi in nubi candide, sottili, e dentro incontenibile l’umano perpetuo naufragare delle pupille. Lievi, adombrate perfezioni dell’ultima porzione della luce e il canto serrato nella gola e la perfetta letizia sorvolando le attonite distese della vita, i campi, le barriere del sogno. Mi sostengo nel tuo sguardo fitto d’amore, immemore della mia nudità e t’accolgo solo col dolore dei nodi costipati nella voce, nell’alito fugace della mia preghiera. Adamantina trasparenza del tuo volto a trafiggermi! Mentre in solitudine, turbato, sparso nella residua porosità della memoria, appena adunato dallo sterile soffio dei venti sulla Terra, rincorro l’eco della tua voce, il suo conforto e mi spingo di là da tutti i desideri, alla frontiera del tuo amore avvolgente, sconfinato dove solo batte la tua luce. (Così, trepidamente ascolto il tuo perdono, mio Signore). Voce del canto Dimmi le voci che salgono dal canto. E la pietà, le sconfitte dei nostri consueti giorni placati dall’inerzia, atterriti dal volo rapido dell’assurdo franare dal tempo frantumato nella mente da piccoli, ostinati nugoli del cuore da inumane grida. E dagli olocausti: perpetue deflagrazioni della memoria viscerale gelida risonanza dei nostri dispersi sentimenti nella notte degli occhi. * Dimmi dell’ avvincente assalto, dell’impeto del canto, delle sorgive d’estasi. Dimmi dei teneri abbandoni, e del sogno. Ma dove celare la vergogna dei pianti per le strade del mondo? Come sanare la nostra appartenenza alla sordità, all’oscura inafferrabile penombra dell’infido supino sortilegio del male, attorcigliato nei battiti del cuore, nelle levigate seducenti fattezze della nostra umana legalità? * Felici d’essere uragano e sabbia screpolata. Estrema, disperata follia d’ergersi sul vuoto attrito della nostra insipienza. Terra e Sangue ancora leviamo a intridere l’ultima frontiera della speranza ai piccoli sussulti della gioia. * Incrinato dai sussurri del male, mi soffermo ancora una volta ad invocarti, voce del canto, verde deriva di sillabe fugate nella luce. (E non so scordarti Signore, dolce approdo. Pietà!). Aridità Le nostre piccole asperità gli attriti ruvidi del cuore le sue screpolate aridità spengono, Signore, il grido e l’impeto dei nostri sogni più saldi, la speranza e l’azzurro. Restiamo come turbati da lievi Impercettibili vapori nella mente, spenta ai sussulti della grande certezza. Siamo poca, piccola cosa annichilita e chiusa alle vastità squillanti, ai tripudi dell’immensa, folgorante voce della vita. Siamo nulla, polvere dissolta, assurdità cosciente. Eppure amabilmente splende lo sguardo e la parola tua, di là da questa opacità sofferta nella carne. Di là da dove compiutamente s’irradia la presenza eterna della luce: letizia gaudio, canto inenarrabile di folte primavere, resurrezioni fisse nell’infinità del tuo immenso, onnipresente amore. Benedicente ancora, accoglici Signore, raccogli la nostra nullità, la sorda grama, avara gravità del cuore e della mente, pervasi da deprimenti cure, dal verme che corrode, da grida soffocate dalla ruggine, da tiepidi tremori, da tramonti, da sabbie disseccate, sparse a coprire l’alito innocente della vita. Redenzioni Dolce il fluire delle voci in questo attonito radente scivolare delle ombre mentre m’immergo nella calda serenità del cuore e ti guardo: mi sei docile, perfetto, in donazione. E vedo condensarsi in lievi sonorità di slanci, di giubilo il tripudio della mente e lo spirituale dissolversi del pianto e il gaudio le certezze, il rapido luminoso crollo delle barriere nel silenzio. E ascolto l’attento rifluire delle pieghe interiori, dei riposti irredenti torpori delle latenti incresciose oscurità della carne, intrisa di grida pieghevoli di riscatti e paure, di supplici abbandoni di silente patire soffocato dalle nostre umane germinazioni. Oscillazioni lievi delle piaghe: aperte agli spazi brevi, folgoranti delle nostre residue innocenze; aperte al contratto anelito del cuore sul dolore sparso a colmare gli opercoli strappati alla nostra avida, gemente cecità. Misericordia invochiamo, rischiarati al palpito del tuo immenso amore; e redenzione ad ogni nostro urlo lacerato di speranza per le supplici inquinate invocazioni per il tormento aperto ai desideri per l’umana dissipata fragranza sciolta nel vento da tiepidi vacui turiboli ploranti. Pietà! Sia pace al giorno Poterti dire, buon Signore, delle sorprese, degli aliti degli insondabili, oscuri palpiti del silenzio ceduo della vita profonda della notte dei sospesi, triturati rancori del patire. Solare gioia, mi sei, accesa solitudine del cuore: avanti l’alba, sconfitta dalle nascenti, alari increspature di luminosità donate al fervente tripudio della vita. M’irradi attesa, formidabile cavità del canto. Incendi inestinguibile strani torpori disfatte celerità del corpo assenze della mente, nuclei dissonanti di mestizia. E il dolore. Sia pace, mio Signore, al giorno che estingue le sue ombre; sia pace a chi scende nel pianto e porge innumerevole fragranza di preghiera, a chi loda l’apparire del volto e la speranza di umane ascese, di trepide letizie e rapimenti, di sussulti fraterni, folgorati dal tuo soffio amorevole gaudioso. Se richiami il tuo nome Stammi vicino, non celare la tua calda voce, non chiudere l’alito velato del tuo amore. Se richiami il tuo Nome, si screpola la mia muta luce, si scioglie l’essere in assenzio, si disperde in sgomento ogni respiro. * Ti ho amato, Signore, ho rapito il tuo dolce tepore: ora, prostrato, mi dirado nel nulla e dissolvo il mio ardente fermento nelle rade improvvise della desolazione. Tu non distogliere mai il tuo sguardo dalla mia voce incrinata dell’amore dalla mia paura, dalle disseccate pulsioni, dagli slanci perduti nell’angoscia. * Coagula, Signore, raccogli in un unico grido l’essere mio, disperso: fa che il giorno distenda nuovamente trepidi abbandoni, certezze a dissolvere il dubbio barriere al pungolo irritante dell’ errore; e dolcezze risorte con l’abbraccio fraterno della donazione all’umano patire e al tuo repentino bagliore. * Avvolgimi di te, trafiggimi! Così t’invoco! E sia pegno di grazia, di riscatto del tempo votato alla tristezza la serena, redenta letizia che m’intridi - dimessa l’oscurità del volto - nella carne. Sia pegno la pace dell’offerta il richiamo perfetto alla tua luce, l’oblazione, il ristoro l’acqua viva, nella perenne memoria della tua ultima cena, mio Signore. Il tuo dono Perché mi hai donato questa voce lentissima a rompere frontiere di silenzio? Ostinata solitudine, sembianze rifluite nell’interiore vastità del canto nate a fissare attese condensate di passaggi eterni, di piccole crepuscolari vite, di onnipotenti evanescenze della mia castigata rapidità d’infanzie. Solo ora ho da dirti il mio consenso ai tuoi lievi brusii, alla tua voce al morbido tepore dei tuoi occhi agli inviti, agli attimi di grazia sconfinati. Ridestami, Signore da ripidi, scoscesi annebbiamenti da fitte cavità, da vuoti senza nome. Semmai m’accorgerò del mio destino semmai potrò riaprire dal passato dal greve fastidio d’una vita eclissata d’assenze, da volumi oscuri, dal male inerte: sarà la tua tenerissima mano a fugarmi dalla gelida opacità del nulla. Ora t’invoco: misericordia delle ore sospinte dall’assenza del tempo dissolto da rumori di sordità deposte sul mio cuore gravi di terra, di rancore, di supina disfatta, di repentine morti! Pietà, mio Dio! E sia la pace del mio canto a rapirmi la densità del pianto. Sia il tuo dono, presagio di nuove redenzioni, possedimento di piena donazione, celeste fissione sottratta all’innocenza della vita destata dal tuo soffio. Nullità Quando mi guardi io mi nascondo dietro il mio rossore, mi celo dentro l’incresciosa embrionale finitezza germinata nella mia frantumazione. E resto ad ascoltarti col corpo denudato, con questa mia viscerale fisica nullità. E mi guardo: non ho possenti gemiti d’estasi a invocarti, non ho presenze d’insondabili notti a trascorrere abissi di preghiera, non ho attese di luci, di mistici clamori dove sedare la mia deplorazione, il mio biasimo l’afflizione del cuore. Non ho nulla su cui fondare il mio conforto. Se appena possiedo questi rapidi sussulti, questi fugaci labili abbandoni a donarti piena assenza di me, questi rapimenti sottratti alla distratta deprimente, forsennata, umana quotidianità del nulla: io mi piego. E mi ravviso troppo adunato da dissipazione, da vuoti tratti del vivere da aperte contraddizioni, da effimere vacuità del cuore, da futili adesioni, da furti perpetrati alle primigenie innocenze della vita. Cosa ho da dirti di questa vaga frustrata condizione, di questa mia smarrita, giacente umanità? Tu allora chiamami per nome ché in te confido, risorgimi da questa desolata cavità del cuore, dal nulla che mi stringe dai brividi, dagli aliti profondi della notte discesa a sgretolare l’essere mio scomparso dentro l’inquietante stordente rumore del fugace scorrere del mondo. Dall’uscio già dischiuso “Ecco: io sto alla porta e busso. Se uno, udendo la mia voce, mi aprirà la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me”. Apocalisse 3.20 Resti immobile, discreto, per tanto tempo, di fuori, sul sagrato dell’attesa, chiamando dolcemente, avvolto di seriche penombre, nella spenta permeabile sonorità del grido. E la sera raccoglie questo ardore, l’invito, il desiderio divino di irrompere in silenzi di sintesi perfette, nell’interiore docile adesione a riversare l’enorme, inenarrabile fluidità gaudiosa dei celesti abbandoni della grazia. Tu cogli il mio sospeso respiro, la silente tensione il volgere possente della folgorazione appena trapela uno spiraglio dall’uscio già dischiuso. T’invoco, vieni! La tua voce s’è raccolta oramai nella mia mente e batte dal mio esilio, dalla mia celere nudità del cuore. Vieni a rapirmi il battito, a scoprire pulsazioni di grazia ricomposta nel laminato strato della vita nell’impeto a lambire - abbandonato ai tuoi piedi - il preziosissimo tuo dono, l’irruente ineffabile tuo tripudio: sogno d’amore ultimo, sovrano sogno infinito di attonita presenza. Tu-io: Tutto-nulla, una pallida sera della vita. Rifluito dal vuoto nella serena densità del canto lieve mi richiami, discendendo nell’interiorità più intima del desco tra le aperte voragini di luce, da lacerate, notturne velature raccolto a diradare le lente, larvate retrattili invadenze delle ombre a radunare attimi di palpito, pulsioni del cuore aperto, delle invocazioni della perfetta ultima donazione dell’ infinito amore. Socchiuso è l’uscio, vieni! Trepidamente attendo la tua cena prono, raccolto nell’attesa dell’ascolto, sorpreso nel rumore felice, trasognato dei tuoi passi. L’essere del nulla Giorni accesi dal torrido vento di scirocco ricoprono il mio sguardo imprigionato dentro la fuga di plumbei mattini, spazzati all’orizzonte da rapidi chiarori della mente. Mi ritrovo disperso, offuscato da piogge minacciose, da torbidi, spenti brontolii di tuoni. E scopro il mio corpo condensato da clamori, dal repentino schianto di notturni risvegli e l’animo trafitto da furtive angosce per le folte metastasi fiorite nella carne nel cuore annichilito, sgomento all’apparire fugace della nera voragine del male, della morte seconda, dell’inabissarsi eterno nell’essere del nulla. Attimi sospesi, atroci insostenibili, del mortale pallore della notte. E passano lontano questi giorni, dalle mie sospese intimità, con ruvide folate sorgenti dal rancore dei dispendiosi attriti della vita col vento che s’abbatte repentino tra i rami disadorni del silenzio, tra brividi di pioggia martellante, a darmi piena consapevolezza del tuo possesso. Tu mi hai disteso la mano mi hai chiesto risonanze nascenti dai tepori di vividi consensi, di calda santità inalata nel fitto della carne, rimarginando la mia pavida essenza dell’amore. Nella luce hai adunato il mio niente smarrito, dissolvendo le franose fioriture delle iridi, folte di brulicanti eteree evanescenze, scomparse nel nulla scivoloso della vita. Ora ho raccolto in me le tue perforazioni, dall’informe mio dire alla chiarezza della tua prodigiosa, fulgida, risorta iridescenza. Ecco, ti esalto, Signore “Ti esalto, Signore, perché mi hai salvato” (Salmo 114) Quando discendo dolce il mio declivio della memoria nel venirti incontro e raccolgo il tuo sguardo da lontano accennarmi a salire nel tuo ardore ridesto docili i consensi a quel richiamo e mi affaccio alla vita a sorseggiare la vasta plenitudine d’amore, la speranza d’arboree curvature dell’eterno, efflorescenze risorte nella luce del tuo Nome. O immenso possesso, cosa hai colto nel volto disunito di questa piccola cosa, del suo protervo ardire per stendere il tuo braccio a raccogliere inerme il suo vagito? Tacciono le ombre mobili dei colli, le verdi nubi sopra la scogliera gli ulivi librati alla tua voce: s’apre sospeso il nitido, vitale silenzio della tua presenza accorsa a sollevarmi dall’oscuro abbandono della vita. Ecco, ti esalto Signore, perché mi hai sottratto dalle brume invernali della notte, dalle rugose asperità del male. Perché con la tua mano hai dileguato nebbiose incrinature, nude dorsali apparse all’orizzonte ceduo del tempo, alla sua eco; all’impietoso vacuo scioglimento nella terra dei venti, dello smarrimento mormorato per lunga inclinazione nella mente di futili abbandoni, di dirupi, di scoscese inopinate morti. Ti esalto, perché tu hai dato ascolto all’urlo pronunciato nel silenzioso annuncio della mia più sommersa prostrazione. Per questo ho supplicato. Ed ecco, al tuo cospetto potrò, nella terra dei viventi, deciso camminare, mio Signore. Se non vivo con te Vorrei tingere di assorto frastuono il mio fluire nella viva presenza del tuo dono. Chiamarti nell’attimo del mio certo abbandono alla concreta scorrevole invadenza dell’essere mio accorso a sciogliersi svanendo nel tuo seno. Soltanto in questo abbraccio esisto, esiste la mia pieghevole sostanza soltanto nel tuo Nome. Quando riaffiora l’inconsistenza di palpiti diffusi nella breve umanità dei giorni accasciato dai rumori del tempo: sono perso, dissolto nella piena irrompente del vuoto. Se non vivo con te, Signore, resto disperso tra i crinali delle nude sembianze dello sterile vociare contratto nel vanire, dissipato nel cavo fitto dell’inesistenza. Se non conduci il mio risveglio in ogni frazione minima del mio trascorrere turgido nel mondo: il tempo si dissolve, svanisce nell’oblio ed assaporo l’inquietante cruda sonorità del nulla. Ma interminabile serenità riappare a squillare con la voce dei vespri, in mattutine lodi, correndoti incontro svelandoti nel corpo, nelle pupille stanche dal dolore, ravvisando il tuo Volto soffuso nello sguardo di chi tende la sua ultima voce. Reduce dal tumulto spoglio dei giorni mi riaffaccio alla vita appena ti riconosco nel mio tempo acceso ad attendere alla tua dolce premura, a inclinarmi proteso nel servizio, desto a lenire - nel regale segno della tua ‘Divina Provvidenza’ - questo male organico di vivere di chi ha mani innocenti sulla terra. Fa ch’io plasmi nel cuore la limpida luce del tuo Volto in ogni trepido istante del mio giorno, nel mio pulsare intenso - compreso dell’amabile tuo docile richiamo, intento a scrutarti nella diffusa sofferenza che supplice si scioglie da palpebre fraterne, pronto ad accorrere, a gioire di un semplice gesto, una seppure minima gratuità del dono, dell’offerta d’una primizia del respiro sospeso in granuli d’amore nella spirituale, penetrante, estesa definizione eterna della vita. |
