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selezione poesie


Giusto dolore umano

Mansuetudine dell’aria stanca,
dell’odore di nebbie
tra le viti. Ancora il sangue
trasale ai moti oscuri
del cuore, ancora l’urlo
sprofonda, ancora
il giusto dolore umano.

Come lontana
dal verde che affonda nel tramonto
questa malinconia di carne!

1961





La tua presenza

S’allontana quello stormire altissimo
di fronde, e il sereno stellato.
I platani si destano
nell’ombra delle foglie.

Appena ti vedo, sento
la tua presenza nell’alito
nelle tue carni beate; dolce
luce ti scioglie le pupille
e una pena nel cuore, così fitta.

“Ami tutto, ancora, della terra”.

1961





Io non so che morire

Confusi nella nebbia
dormono i pini. Il cielo trasale
e si consuma. Ritorna un limpido
stormire d’azzurro attorno
ai lecci, e un’ansia
d’innocenza. Nessuno resta
nel cuore della notte
a riconoscersi il viso
tra le mani.

1961






Nulla è il male

Ho sempre da dirti parole
segrete che il pudore trattiene
o disperde appena aperte alla mente:
una misura, forse, di colloqui
futuri.

Mia sostanza, vita ignuda:
qualcosa da donare, già cristallo
dentro giri di scorze
dove il male è nulla semi guardi
oiù dentro, dove il silenzio
disperde ogni memoria di viltà
e il dolore ha rapito
l’ultima parvenza di bellezza.

1961





Per il martedì di passione

Non ho udito
la tua pietà
Signore
tra gemiti di sangue
urlare?

Ed io
la mia parola d’uomo
pago
nel dissidio che dentro mi cova.

Ma ancora qualcuno
può baciarti
nell’orto:
può un amico
profanare l’Amico
sulla guancia.
Può bruciare d’inganno
la verità
tra le ceneri del cortile.

Tu mi hai visto, Signore
fatto pietra
sofferente
all’avviso dell’alba.
Mi hai visto
acqua torrida
scavata d’ulceri
sopra il mio male vivo.

1961





Per il venerdì santo

Archi d’ombre e di luce
scrollano le tue pupille
come in acquari
rosa.

Sei già morto.

Non stancarmi
col tuo Volto triste!

Adesso
con uguale misura
m’adopero
di vita e di morte.

Come gettato
tra la grassa fanghiglia
d’una palude
ho atteso la tua agonia:
come in cupole
sepolcrali.

In questa tristezza
penata
negli scambi d’amore
scavo il senso d’ogni cosa.

1961





Sabato santo

Non mi percuotere, Signore
con l’iride della Tua gloria.

Lasciami umano

a patire.

1961




Lunedì dell’Angelo

Mi hai sorpreso , Signore,
lungo la via,
spaccato d’amore e di tristezza,
povero, sporco di polvere
e sudore, come uomo che cerca:
ma non tardo di cuore
a capire.

Per questo t’ho amato e respinto,
t’ho supplicato e tradito,
nel mio buio di carne,
come un pazzo.

Quando mi scrollerai di dosso
questa scorza
carnata
nella mia anima di bestia?

1961





Fratello

T’ascolto:
la tua voce è un’ombra e si perde
dentro un murmure
di mari antichi.

Fratello:

umide ciglia
chine
sull’inaudita sofferenza
che alimenta
un soffio.

Baciato di perdono
in questo delirio
d’abbracci maturi
ti ritrovo

fratello

uomo fratello.

1961




Straniero in patria

dolcemente restituito
da un oceano impudico
guardo i miei colli
stranieri.

Dall’azzurro una colomba
conforta
le nebbie addormentate.
E avviene talvolta che mi chiuda
in quel cielo vaporoso.

Do là
Vedo l’infinito schiudersi
In un miraggio
Strano.

1961





Notturno

I

La neve dorme
sotto immense lastre di cristallo.
Perché è notte e la luna è tranquilla
e il suo oro lucido
buca il vuoto di una
luminosa immortalità.

Dall’ombre
i latrati di un cane
scavano l’aria imbalsamata.

II

Ora la notte non ha tremiti:
ripullula d’assenze.

Ma io mi turbo
per un’eternità lontana
che dentro
mi dorme come l’anima.

1961





Chiaroscuri

I

Ricordo i gabbiani, smarriti
in un mare polveroso:
e il tuo sonno turbato
al canto delle sirene.

Ora neanche oiù il sogno
rimane. La vita è un0ombra
vanamente stanca
come una foglia, che a dicembre
dura ancora.

II

Ho tanto sognato
di starmene accanto a un fuoco
nell’abbandono fecondo
d’una presenza umana.
E mai sei mia, femminile
ignota dolcezza, insanito
bacio d’illusione.

E ancora
trascino la mia carne
come un naufrago
il suo relitto ultimo.

1961





È mezzanotte

È mezzanotte.
Nell’aria di cristallo
sale la luna.

Sulle alture c’è neve
e un vento che urla
senza pietà.

La città è vuota.
S’ode a volte lo strepitio dei rami
e il brusio delle arcate
come amori che mormorano
in penombra.

Io ho l’anima secca come le dune.

Non c’è più demente chiaroveggenza
di un deserto allucinato.

1961





Grido

Ascolta la danzante
monotonia del mistero!

Mio amore adolescente, eternità
sorpresa senza veli.
Felicità, splendore innumerevole
di sogno, fanciulla immemore,
mai mia. Gioia
d’altri, forse: da me
imposseduta.

Fino a quando la seducente
Nudità delle creature
Mi schianterà l’anima?

1961





Così m’addormento

Così m’addormento,
come un delirio atteso
da tanto. Ho le mani sul petto
come un fanciullo. Sento la notte
palpitare negli occhi e il silenzio
e il vento. Ho il respiro
breve e la fatica del giorno
nel cuore. Mi opprime ogni cosa,
pesa come da secoli sul petto.
Ma è dolce questa luce
di brusii, questo abbandono
turbato appena. Ho la saggezza,
so il principio di tutto. Non attendo
nulla, non chiedo nulla. Amo
dolcemente perduto. Ricordo
i cari lontani e l’albero
e la casa dove sono nato.
Solo ora mi pare di conoscere
quelli che amo, quelli
che desidero amare.

1961






Gioco di ombre, profondo

Il mio chiuso rumore di uomo
la tua vita trasparente, il sole
che ami e le cose
così semplici al tuo sguardo.
Sono sempre per vivere e muoio
giocato dai miei contrappunti
umani, senza fondo o sostanza
che maturi una gioia.
Cara
sono questi gli alberi, questa
la mia vita; uguale l’autunno
che geme nell’aria il suo cupo
sollievo. E siamo sempre noi
sempre la nostra voce che vive
nelle foglie, sui colori di ruggine
sempre la morte operosa e i nostri
occhi percossi da stupore.

Mi avvinci e ti stringo come il dono
prezioso della vita che ancora
chiamo e rinnego, in un gioco
di ombre, profondo.

1962





Di nuovo fatto innocente

Mi sei vicina, con la tua furia
dolente, con l’alito umano
della pioggia. La luce scende appena
dalle foglie, l’aria è perduta. Solo
qui inizia la vita, solo da questa
lontanissima sera d’autunno.
Già la nebbia si scosta dai nostri
volti distrutti. L’angoscia è sola,
muta come l’immagine più vera
dei nostri anni, come il rumore
silenzioso dei tigli. C’è respiro
nell’aria, così grave, c’è odore
di terra come odore di foglie
sepolte. Come lento presagio
trascorrono le nubi, e un lontano
volo di uccelli cade sui campi,
pesa sopra l’erba.

Io ti guardo
Di nuovo fatto innocente, nella
Luce ignota del tuo perdono.

1962





Primo sole

Oggi v’è il primo sole dopo tanto
autunno. Cara, hai levato il tuo viso,
hai socchiuso gli occhi: eri beata
sotto il mio sguardo di primo amante.

Ritorno ancora sulla mia vita
antica, nel gioco delle sabbie
e l’odore occulto dei fossili.
Le onde chiare di notte, e la luna,
quel suo tramonto uguale. Furono,
forse, quei limpidi silenzi , quelle
stelle fondissime a destarmi, quando
già m’apparivi nella mia vita
trasognata: o il tuo sguardo turbato,
l’eco della tua voce affettuosa
che ora mi accerchia col verde disfatto
delle foglie e il grido sempre umano
del vento.sei qui vicina a questi alberi
immensi, al tuo cuore non più remoto,
al battito che assale il mio sangue.

Forse vivere è bene. Ma in me
conosco appena quel gemito
profondo e l’impossibile lutto
del giorno e della notte.

1962





La tua quiete

Il giorno raccoglie lontano
la sua vita. Pure a noi giunge ancora
la sua musica antica: eco
di ritorni sempre uguali,
di misteriose innocenze sofferte
nel sorriso che trema. Sei già adulta
nel tuo volto turbato. Non hai
misura, superi ogni senso; sei
al di là della vita stessa, d’ogni
perfezione.

Pure vorrei udire
le tue rapide luci, il gioco
penoso dei tuoi sensi; dirti ancora
le pause sterili, i miei silenzi
inumani. Ma il tuo sguardo è lontano,
sul faro, e la luce è nascosta
tra le fronde. Ascolta: è il nostro respiro.
Batte con l’alito vegetale
dei pioppi. E il vento riposa
e la sua voce è lenta e il suo fermento
umano è gioia. Stringo il tuo fianco
e già sento in te crescere occulto
il mio delirio.

La mia parola nasce
dove solo giunge la tua quiete.

1962





Il giorno e la vita

M’è vicino il tuo alito, il suo lento
Vapore. Le foglie sono stanche,
tremano appena al vento di libeccio.
Il sole annega tra le nebbie. È tardi.

Questo è un respiro d’ali un silenzioso
Franare dello spazio. L’aria
è bruciata. E io brucio per te
da questa dimora
solitaria, e ogni filo di vita
è come il sangue della gioia
promessa, sempre così lontana.
Ma ora ho da dirti la mia inutile
vita, la tristezza che leva
la mia fronte dove il giorno si chiude:
c’è un volo di folaghe lontano,
e il cielo che affonda nei canali,
e i campi rossi, la brughiera riarsa,
e ombre immense, umane che non sanno

come il giorno e la vita è solo
un triste sogno.

1962





Danza della sorte

Ride il sole tra gli alberi e l’erba
che s’apre come il cielo. Ora i nostri
trastulli sono più lieti e la gioia
una siepe d’infanzia. Siamo soli.
Neri uccelli trasmigrano più in là
del cielo, e quest’aria d’inverno
abbandona la nostra memoria.
Non siamo più immersi nei nostri
Sentieri di tristezza e qualcosa
ci grida e la sua voce è ancora
più forte dei sensi.

Con te cerco
un angolo di quiete, la dimora
futura, un pane che nutri la mia
vita incerta. Tu vedi, cara, quante
cose ci piegano, e nulla sappiamo
di noi, dei nostri giorni uguali. E ancora
stupisci se il colore del cielo
si distende, se affonda nell’acque
la sua voce misteriosa,
se tra gli alberi trema la luce
della sera. Pure l’inverno
ci turba, preme la sua mano
do ghiaccio. E noi restiamo come
giganti di marmo, come in attesa
e non sappiamo do che. Forse
si ostina il sogno della vita
e il colore stupendo d’un’età.

Tutto ha un segno e un ritmo che rammenta
questa muta danza della sorte.

1962




Il mio ritorno


La notte è discesa nei tuoi occhi
verdeazzurri dove fioriva
una tempesta, come il buio. Le ore
corrono sulle tue dita
silenziose e coprono la tua bocca
addormentata.

Il mio ritorno è sorpresa
di alberi nudi, e i ricordi
lontani lampi dietro
neri colli.

Ti abbraccio e corro assorto
ai miei tramonti ingenti, al margine
bruciato dei tuoi capelli.

M’è compagna, di notte, la luna
quando la sua bocca miete l’aria
e il vento rischiara la mia paura.
Ma tu sei la mia fanciulla trasognata
la messe, un sapore di foglie
volate via, di radici umide.

C’è un bosco di mimose dietro i nostri
occhi felici e il presagio
di albe sussurrate. Quando
ci baceremo, la primavera
apparirà in controluce.

1968



A volte scendeva la tua voce


Fioca la stanza che ci chiuse
certe sere d’inverno.
A volte scendeva la tua voce
in misure d’armonia e dolcezze
dono di piena angoscia
e un maturare d’anima.

E a notte
la strada era deserta
e s’udivano lampade a frugare
le acacie e fronde sull’asfalto, buie.

Poca luce il ricordo!
Quello che amai, che amo, è in me
congiunto al mio sangue.

Dolce nella memoria
quello spazio di foglie, il vento freddo
e un po’ di nebbia, e l’azzurro.
E il tuo colore chiaro, appena
vivo negli occhi adolescenti
dove nel raggio lievita
voce profonda di tristezza.

1961





Adesso ti ricordo

Francesco tra le rocce parlava
con Dio. Allora un fuoco torceva
le vene degli abeti, e i faggi
celavano il proprio vigore
dentro petti d’agnelle. Il colle
benedetto gemeva tra le nuvole
di sogno. La passera stillava
colere di meriggi roventi
e le cicale avevano voce
di grano maturo. O mio giovane
amico, ora sulle mie strade
fumose, l’incenso dissecca
la sua linfa acre e la memoria
si sfalda come corteccia di platani.
I boschi e le case del Santo furono
la mia voce, eredità della mia
sterile giovinezza. Parlavo
di Dio, come una mia auto nuova, allora,
prima che ortiche e sabbia scivolassero
dentro il mio petto. Adesso ti ricordo
la mia voce di spada rovente
il suo taglio duplice, la mia
preghiera mansueta che volava
con ali di tabernacoli.
Ti ricordo i nostri silenzi
di rugiada, i nostri occhi di colombe
smarrite. Ora ho stimmate nelle mani
e il cuore avvilito.

1968





Il cuore occulto della vita

Il vento s’è levato dalle strade
tra le foglie inerti, sull’autunno
increscioso. Tra i rami morti resta
appena lo sguardo saccheggiato
del presente. Compagno, ho sciolto
le mie albe, i miei tristi rapimenti,
ho trascinato il mio desiderio
sulle colline, dove alta
e diversa è l’ombra della nube.
Ma la carne è sempre più forte
di ogni bene, d’ogni attesa,
e il ricordo di te s’è disperso
tra i tigli, come nebbia. Seguire
la via dei morti, dietro ogni cancello
di là d’ogni parvenza, dove sempre
Qualcuno attende al varco. E udirne
Il silenzio, sarà presenza
di sé a se stessi. Quindi tacere
divisi da ogni ricordo di male
e di bene, sulla terra.

1968





Dopo il tramonto

I platani respirano il silenzio
e i lecci trebbiano vapori
di metallo. Nei viali le lampade
traspirano ombre di ceneri.

A quest’ora sugli aranci
fiorisce la luna e il cielo
odora di limoni.

Da dietro le acacie tu mi scruti
e distruggi col tuo raggio innocente
la mia stella triste.

Io entrerò nella tua dimora
scioglierò la tua freccia azzurra
l’aquila devastata e le rughe
della tua contrazione.





Profezia

Il monte è nero, il mare un abisso
di luce. Nel cielo naviga
una nube carica di lutto.

Il sole sprofonda e l’aria
esplode come un braciere.

Oggi era una tempesta, ora
C’è suono profondo di sussulti.

Andrò
ad incontrare la morte
con la mia anima
di angelo tradito.





Elegia

Le nebbie hanno bagnato i miei colli,
l’autunno s’è addormentato
nelle vigne. Ora ho siepi di rovi
e gelsi nei campi e la mia
serenità urlata nelle valli.

Ho profuma di tigli nelle strade
e amenti viola uccisi
dal nubifragio. Ho terre gialle
per le mie notti di passione.

Sorgenti d’acqua gelata nascono
dalle vene dei monti e scavano
il rumore della mia casa.

Dagli orti gli ulivi spiano
la mia intimità.

Di notte le fiabe del cielo
accompagnano i miei sogni felici.

Ma io ho nel cuore lo strazio
dei giorni feriti
dalla luna.





Primavera

Con il cuore secco
la porta schiusa
sui sargassi e un pesco
fiorito in mezzo al petto:

aprirò alla ragazza
cicatrizzata sul quadro

alla donna dai bottoni
di salgemma

alla rosa
dalle cosce vestite
d’alba.

Io sarò il tuo anello
l’albero
il patto. Tu
la mia lussuria, il mio
vestito di fiori
d’anice.





2 novembre

I morti sollevano il chiaro
sulla collina, aprono
la stagione scavata dai ricordi.

Hanno il cuore d’acqua
e radici d’alberi uccisi, i morti,
e l’anima
di polline bruciato.

L’assenza è la pace
del tempo che divora
la carne. Il silenzio un corteo
di cipressi abbattuti.

Mi distenderò
dentro l’anima del vento
a supplicare
pietà
del tempo che si sfalda.





Cadranno nevi

Cadranno nevi, il pettirosso
tingerà i miei sogni e le albe
saranno concerti acuti, derise
nostalgie, furore dei miei sensi
disfatti. Le piogge bagneranno
i miei occhi di latte e l’odore
umido dei boschi scioglierà
il mio alito. Così rincorrerò
la tua vita sapore di fungo
la tua eternità d’insetto, l’attimo
che insidia la tua voce nascosta.
mortale o immortale saprò di esistere
fuori d’ogni parola, sopra ogni
senso che gela il tuo desiderio
la deità delle tue carni corrose.





Ricordo di guerra


Poco spazio tra gli alberi ci resta
poche illusioni a illuminare
le nostre ceneri. Chiari di luna
sul volto e nelle membra notti
di paure. Sulle rovine il nostro
sangue rischiara la notte e per sempre
l’astuzia di volpe s’è nascosta
dentro macerie umane. Non ci resta
che il bisogno dei sensi e l’attesa
furiosa della morte. Tu, compagno
hai tolto l’inganno, hai reso difficile
l’ironia. Non hai perso nulla
non hai mutato le tue voragini
le tue notti di civetta, il cenno
tormentoso di presagio nefasto.
Abbiamo una storia già scritta
colma di miti, di selvagge allegorie.
Più nulla aggiungeremo a mitigare
le nostre delusioni.





Il mio genio

Vorrei popolare il mio indugio
di tramonti, di sorprendenti
erosioni, della tua stanza
bisognosa. Ho sopportato la mia
acredine, ho pazientato sopra ogni
esasperazione. Ma ora sono
gremito di ombre e le nebbie
devastano la mia solitudine.
Ho stagioni sopra il cuore e lutti
di alberi bruciati. Ho nubi d’asfalto
e sangue, per castigo alla mia
vanità. Sorgeranno le piogge
a illuminare il fogliame e il vento
a spargere suoni sui canneti:
ma dove il mio genio corroso
fiorirà, sarà la luna a ripetere
le sue favole antiche
di dei: d’uomini e di dei
immortali sulla terra.





Fossili

Ho bruciato il silenzio
dentro un bosco altissimo
di equiseti.
Qui
la luna passò, bianca
sulle conchiglie, sepolte
dai vulcani.
Le foglie
sono di pietra, ciascuna
sola, sopra una casa di mota.

Dell’uomo resta lo sgomento
e dei secoli nero carbone
nell’anima della notte.





Reliquie della storia

Un albero di pietra avanza
di tutto il regno
vegetale.

Sotto il basalto giace
scheggiata l’impronta
d’un animale.

Di tanta Storia, resta
appena uno scheletro
umano.





I pini


Pinus halepensis

Il braccio della tua solitudine
stende una corolla di anfore
dai salsi pendii
del fortunale.


Pinus pinaster

Dalle isolate conchiglie
il tuo pallore bruciato
leva lo scheletro
della luce.
Mi si confonde l’eterno
la tua forma silicizzata
la tua odissea
di corallo marino.


Pinus lericio

La tua statura sottile
s’è infilata nella mia anima
mordendo il fantasma
della mia follia.

Saranno popolate di boschi
le chiome diluite
della luna.


Pinus nigra

Dagli aridi pendii
dalle rocce assolate
svetta
la tua chioma
di nuvola nera.


Pinus cembra

Dal mio angolo di quiete
ho ammirato il tuo vigore
stimolato
dalle bianche tormente

quando
si sono levati gli uragani
ad insidiare
la tua compattezza.


Pinus pinea

Sopra i tetti rosa
sotto l’azzurro favoloso
dei cieli hai fortificato
la tua chioma
come il candelabro
della vittoria.
Una brezza veloce
galoppa dal mare alla montagna
rubando l’odore della resina
dai tuoi amenti
maschili.


Pinus silvestris

Hai rapito ai miei sguardi
la breve durata
di un sogno.
Dalle vette azzurre
della tua statura
hai ossigenato
il morto paese
della mia anima.
Io mi sono addormentato
nelle valli
sotto il tuo sguardo
di stella alpina.

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