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selezione poesie Deriva
I Torno a guardarti avvolto dal velame di penombre adunate dentro le navate nel folto dell’altissimo silenzio di tabernacoli radianti adorazione e voli di speranze accese dal nitore di umane percorrenze della transumanza nei pascoli dell’essere, adunato nello spazio delle radure dove si consuma intera l’essenza delle molteplicità di questa vita. II E tu, Signore… Come concepirti se spazio e tempo sono la piramide che avvolge nella pietra la mia mente e il cuore non graffia mai nel petto il vergine mistero dei silenzi? La sapienza mi porgi allora del tacere compreso nell’abitacolo che accoglie l’immensità del tuo vibrare amore che guida la cristallinità degli occhi pervasi dalla dilatazione dell’arcano che si disvela trepidamente acceso al sottile alitare della tua presenza. III E ti guardo, stupefatto ancora del sentire tutto il volgere di questo immenso navigare verso la sconfinata libertà nel mare della Vita. E affonda all’infinito il meditare sulle leggere ali delle vele che tacite solcano il mio peregrinare dall’alba al crepuscolo dei giorni donati alla concreta affermazione del tuo volere a distendersi compiuto in me, nel sito del mio cuore arato da questo tuo dolce parlare. IV Ho domande da porgerti, mio Dio per difetto essenziale della latitudine umana nel contenere in sé il suo dramma questo percorso dal nulla all’implosione racchiusa nella carne che ravvisa appena la sua definizione del tempo che scompare nel limite del nulla. L’eterno e il mio destino, emerso dall’inafferrabile percorso del bene che io voglio e non possiedo, e dell’inizio e del volgersi del mondo verso la fine di un viaggio che ritorna all’assoluto suo principio all’alba primordiale della apparizione delle cose e degli esseri viventi dalle acque librate nell’universale genesi del venire all’esistenza. V Ho da dirti, Signore, di quest’esile trama della nostra vita, tutta dispersa nelle gravi ore dell’inesistenza, in questi oscuri crocevia delle città del cuore. E parlarti, sorpreso dello spreco di giorni affluiti dall’abbondanza della grazia che si affida alla presenza del tuo dono incrinati dall’eco della memoria assente nell’andare a ridosso degli argini del tempo. VI Sempre più incerti c’inoltriamo dentro l’opaca luce del domani disfatti da gremita cecità che occlude l’ultimo raggio alla speranza, dispersi nei meandri fallaci, nei folli percorsi della mente diffusa a proclamare dea l’abortita ragione che allestisce l’arido greto delle nostre certezze e comprime la libertà dell’esistenza nei chiusi orizzonti della percezione. VII Navighiamo nel vuoto, preda delle più assurde voci del delirio confinate nelle viscere del cuore a logorarci intera l’esistenza nella dissacrazione, in questo deprecabile accurato abbattimento del tempio dello spirito che geme. VIII Tutto questo parlare sul destino e questo nominare gli elementi che adunano la terra nel suo stato di conflitto perenne con la morte e la nostra presunta onnipotenza sulle cose che animano il creato si dissolvono solo in questa sensazione del vivere all’ombra del mistero che ci scompone quest’ariosa attesa del sopraggiungere umano della felicità, scomparsa dalla distillazione del primo riversarsi dentro l’annullamento. Illesi in quest’Eden nudo della sopravvivenza abbiamo inventato la finzione del vivere lungo fluidità illusorie della percorrenza destata dalle età e dai giorni esposti alla dissipazione che volano incontro alla passione atroce dell’estinzione eterna. IX Si sta consolidando, ergendosi nel nulla questo edificio della superbia umana la nostra sufficienza, la protervia di guidare i destini della nostra specie di deviare nel nome di presunte evoluzioni questa sapienza enorme del creato, verso una rotta accolta dall’inabissamento. E di te… nulla che colga il tuo respiro, quel leggero appressarti soave attorno all’uomo nulla che possa originare dall’occulto bisogno assoluto del tuo discreto offrirti in battiti scolpiti nell’amore dentro il silenzio umano. X Siamo confitti, immersi nel respiro brevissimo dell’arco che ci avvolge con la diffusa salinità del desiderio nell’acre rappresaglia d’un volere intriso dal sudore della carne che spasima per l’avversità di questa solitudine del mondo aperto alla profanazione umana, alla infausta sua trasgressione. XI Quando sarà che l’uomo ritroverà profondo il suo contatto l’innesto, l’abisso della sua perforazione il centro essenziale dove poter scandire il battito, quella pulsante ariosità del volto della vita, la sua ricostruzione, il suo riscatto per scampare da questa amenità della demenza universale del suo falso mondo? XII Come volare sopra queste nubi col peso e l’innocenza intatta dei nostri corpi straziati dal ripudio della lode perfetta alla divinità? Poiché indugiamo, Signore in questa nostra mente oscura d’odio nel ravvisare il Bene che tu sei diffuso in ogni spinta del respiro che copre l’immensità dell’universo. XIII Ti voglio ora ascoltare, mio Signore per cogliere caldo dentro la parola quell’aleggiare certo della tua presenza che intreccia l’incredulo mio sguardo al filo sottile della fede che mi dona al tuo Cuore. Tu vedi come questa umana distanza dal tuo cielo ci confina dentro la definizione esiziale dell’assurdo nella più conclamata follia dell’assembrarci nel liquame più denso della concitazione. E’ scomparso il silenzio dalle labbra e dalle menti babeliche asfissiate dal frastuono avvolgente, dilaniante che fonde l’asfalto delle interiori strade e la nube nera che ci pesa in questa alveolare profondità dell’anima smarrita. [Ecco, ti voglio ascoltare, mio Signore!]. XIV Dio che ci salvi ed apri l’immersione della nostra sostanza nella felicità, Dio dell’amore che avvolgi dentro la clausura del silenzio la tua voce e l’impossibile volto a comporsi nella mente umana: entra all’interno della disperazione per consegnarci affidati al tuo volere; rompi la resistenza, strazia, sconvolgi la durezza di pietra, quest’insano orgoglio che inquina corrodendo il nostro scarnito cuore e le fattezze dell’anima sommersa dentro l’ombra del provvisorio che irretisce il tempo. Ultima solitudine ‘Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero’. (Matteo, 11, 28-30). I Quando affondo nel mio assorto rifluire nella concentrazione del fervore dallo Spirito avvolto, dall’Alito vitale: avverto del Tuo Cuore la presenza il diffuso fluire della fermentazione che irradia dal Tuo Amore. Colgo allora sempre di più quel gremito giulivo trasalire del Tuo vivo palpitante ardore, così soffuso, così toccato da tenera dolcezza. II E’ dagli albori del primordiale incontro la sorgiva d’un’inesauribile sostanza che sgorga da questa salda disarmante semplicità solcata nel profondo. Al riparo della più certa concretezza sempre più necessario divieni al mio cercare e caldo e visibile e trepido germogliando sulla distesa gerbida del suolo che intride l’essenza del mio ardire. III Da questa mia dimora disadorna spazio sull’invincibile serenità radiosa del Tuo Volto che accoglie la concepita contrizione dell’andatura segreta vigilante d’un’esistenza, del suo rincrescimento. IV Stiamo insieme viaggiando riversati sul crinale del tempo, nell’attesa del fervido convivio, disciogliendo dentro il Tuo bene l’austera percorrenza quotidiana nell’alternarsi vigile di provvide irruzioni, di cedimenti e rincorse affannose, d’inclinazioni docili e fitte pupille incrociate nell’amore. V E da questa terrena nuda sporgenza dell’esistere sempre di più Ti scruto raccogliendo intorno a Te Gesù Signore di tenerezza celati sassolini chiamandoTi plorante d’eco in eco tu ed io compresi nella voce liberata dalle insorgenze acute dello stridore. VI Non è trascorsa invano l’afflizione! Ma ancora stratificate nell’essenza della mia più radicata consistenza sorprendo sempre questa innumerevole provvisorietà d’una mia definizione: paure, sterili vacuità, sconfitte inopinate e l’incertezza del vivere, gli affronti lo sconforto, la miseria del cuore trasalimenti vani e nude altalenanti crudezze della disadorna carne. VII Eppure ogni volta Ti ritrovo il più Bello tra i nati degli umani signore immenso d’infinita dolcezza. E Ti avverto nell’alveo della mente confinato dentro le radure del profondo sempre più Vero, stupefacente rorida densità riversata nell’Amore. VIII Per questo, giorno dopo giorno Ti ravviso amico dell’ultima solitudine del cuore della più attenta più sofferta certezza del sorprendente volgersi d’intorno questi segnali acuti del silenzio: briciole occulte dell’inabissamento umano dentro l’estesa cavità del Vento nel donare perfetto di quest’ansia tesa ad approdare illesi alle corporee illimitate spiagge dell’eterno. Il Volto della Sindone Tu mi guardi con gli occhi socchiusi dalla morte prima di quell’istante che immenso attende della folgorazione lo splendore. L’antica Pasqua dal mio cuore rimossa mi ritrova di nuovo sorpreso dentro l’incombente età della consumazione. Tra le mani ho la vita in abbandono d’attimo in attimo in questa traversata che conduce all’oblio della memoria. Sto affrontando dall’esodo gli scarni minuti del mio donarmi quotidiano consegnato alla benignità del Volto che ha segnato la mia sopravvivenza nel grigio dramma della separazione dalla tua Vita - un giorno - mio Signore. Così in quest’ora la tua presenza torna a incidere dentro il rumore del prodigo mio cuore la vastità del canto sollevato dalla perfetta danza di riconciliazione che riappare in quest’intimo scavato dalla sopraffazione sacra del tuo Amore. Pietà del tempo vinto dal presagio d’essere accorso invano sulla soglia delle cose e dell’essere nascosto sotto la coltre spessa del delirio nelle vicissitudini trascorse a bordo del mio sommerso nulla. La sostanza del bene I Ho percorso i sentieri della vita approdando alla sponda del destino rinfrancato dal fresco di sorgenti lambite dal verde di accesi desideri. Strade di nuvole solcavano i miei cieli librati sopra la convessità del mare perduto a scrutare gli orizzonti infranti dal perforato grido del sostare umano. In quel perso rumore ho sentito vibrare l’amicizia e l’amore dentro il petto e i vecchi compagni e il riso e l’allegria e lancinanti le voci dell’errore. II Terribili i silenzi del mio cuore durante la nuda stagione degli amori nel delirio a lambire le certezze concrete del passar di vita in vita sopra la superficie del dolore. E’ andato il tempo, risucchiato dal vento della mia memoria dal permanere in quell’inconsistenza che vide incrementarsi il mio morire ed oscillare e dissolversi nel vano di un informe andare. Le esistenze compagne del mio cercare ansioso e il senso del certo sopraggiungere alle soglie del vero, erano ormai vissute e scomparivano dalle penombre incerte all’affollarsi dei miei sensi intenti nel ricomporre il tempo dell’errore che ha tolto ogni più trepido respiro. III Per tanta consistenza del pensare vado oggi discorrendo attorno agli incresciosi eventi e sull’essenza - nell’accogliere il senso delle cose - del venire e l’andare della vita. Per questo ormai, qual provvido operaio della vigna del Re, in questa estrema scansione del mio tempo ho ravvisato tutta la sostanza del suo bene l’oggetto vero, la felice, l’ultima certezza di un vivere sommerso dal bagliore nel suo durare eterno che implode nell’infinità del cielo. Fluire segreto Da remoti recessi del Creato s’espande la sapienza, il celato clamore di un rorido fiorire di germogli mentre implacabile s’inerpica la vita a trafiggere gli spazi aperti all’esistenza. Ma reboante il frastuono del mondo nelle vuote distese dell’inesistenza percorre rovinoso l’assordante molteplice sonorità dell’illusione sprofondando implacabile nel nulla. Quest’umana sapienza del sostare del vivere confitti dentro il tempo ha raccolto la sua desolazione la sostanza funesta della sterilità dei rancori, del male, della morte. Ma la Nuova Città nasce dall’insondabile dal tripudio di una festività nascosta dalla potenza, dalla nube segreta dal certo inarrestabile liturgico fluire arcano della frantumazione: solo il seme che muore avrà la vita solo chi abbraccia questa triturazione dall’insondabile sonorità celeste trasmutata riavrà dentro la quiete l’incorruttibile sostanza del suo volto. Eppure il mondo ha la sua denotazione: un lampo che scompare nella nebbia un apparire minato da decomposizione un tardo sgomento estremo balenare sull’ultima soglia, la parola ‘fine!’. La soglia del mistero I Riecheggiano dal vento del passato fanciulle le danze dell’amore e le furtive nostalgie del canto che si spegneva lentamente a sera dietro gli usci socchiusi delle case e svanivano raccolte nei tracciati che percorrevano le avidità del cuore. II È da tempo che ascolto le mie notti distese in un silenzio siderale smarrito dentro la rarità del sonno a scoprire la soglia del mistero vegliando sul torpore della luna. E il mio corpo s’accende della luce di tarde lanterne perse nella notte per questo vivere assaporando il sogno di voci da penombre trapelate appena al tatto delle iridi rapite. III E tu m’avvinci con dolci cantilene toccando le tue note sulle corde dei trastulli di infanzie arabescate con nel palmo primizie dei ricordi: sono parole tenere che sfumano appena in questa lenta inconsistenza nel rammarico di questi giorni arati dal tepore avvolgente di passioni nel corridoio immenso della vita che ha pace solo nella trasfusione dell’eterno a trafiggere cruenta i sensi dell’anima corporea. Ma dentro questa sfera impallidita da quotidianità di sensazioni t’accorgi quanto esteso è questo tratto di trafugata umanità nel tempo. Serenata I Accesi ancora da questa fissità dello stupore per la madre terra con adunate dentro agli occhi rade chiarità d’ombre e labili irruzioni di sogni forieri del destino umano che divampa al tormento delle notti trascorse fino all’alba nell’attesa dell’arcano sentore di resurrezioni: aduniamo la voce attorno a queste antiche rapsodie dei nostri amori. II E già nel mare aperto sull’ignoto agitate lanterne sopra le onde nere annunziano esodi di questo lungo inverno che non ritrova più quel vento caldo di suoni e di canzoni e l’affacciarsi di virescenti luci filtrate a illuminare dai balconi la serenata nostalgica alla vita. III Oh! tiepidi sapori trascorsi nel ricordo di calmi autunni senza distese cariche di nubi, con sulla aperta mano situata lieve questa fragilità di sfere di cristallo di silenzio adornate! E la modulazione dei passi sospesi nella volta azzurra tra mistici osanna rifrangenti luci sul volto venerabile dei santi!... IV Suoni ascoltiamo attratti dal paese dell’anima nascosta nel blu notte. E l’ancora salpiamo con scosso il desiderio di partenze a destarci l’infinita attesa. Ma ci assale il torpore di mestizie per questa lontananza dall’eterno che occupiamo con scomposte grida con tutta la funesta eccitazione di un’esistenza che trascolora e muore su questa terra amara del destino. V Chi grida alla speranza? Chi infrange la gravità di questi amplessi oscuri e nei millenni sinistro il torreggiare della discordia negli animi trafitti dall’orrore dell’odio? Sempre più forte sorge dai quattro venti del nostro esilio sibilante sinistra sparviera quest’eco rapace della vita. Solo quando la Luce scende dal suo cielo si compone per noi perfetta questa attesa della letizia: quel bene immenso ch’Essa ha fondato sconfiggendo dentro, nel centro della vitalità del nostro cuore, l’ultimo algido schianto della supina morte. Esilio E’ in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce. (Salmo 35) I Dal baratro profondo dell’inesistenza dal nulla incolmabile mi hai tratto rivelandomi i fondamenti dell’esistere nel grembo dell’essere, nel suo possedimento. Mi sono protratto nei miei giorni in questa inesorabile calamità del mondo, in questo consistere di cose nascoste alla tua luce che perdurano in giorni assorti nel fragore. Tocco le doglie di questa umanità, gli oggetti le forme, la reviviscenza della sua rinnovata epifania nel mondo redento dal sangue del tuo Figlio; e inumane folle frastornate dal grido assordante d’un inestricabile segreto stridore, dal primordiale esilio: paradisi smarriti al tuo Consiglio al progetto dell’edificazione umana diffuso di santità adorante nell’eterno. II Questa è la vita tolta alla sovrabbondanza di risonanze perfette nel rifluire casto della consolazione immensa, nel consenso donato alla richiesta del tuo Amore. La trama del mondo che ci stringe tessuta d’ombre densissime al contatto inesorabilmente pesa sul mio cuore che tu hai plasmato per palparti vivo dentro l’immensità, mentre qui io oggi raccolgo la miseria della vita, questa grama occupazione imprevista dell’ardore celato dentro incresciosi erranti vuoti vagabondaggi dell’incerto andare. III La vita che mi hai dato vuole questa giustizia del rendere, e l’assalto alla suprema vetta nell’ardente bagliore del respiro. Ma questa tessitura dell’esilio ingombra ancora celerità di sogni e vibrazioni cessate al sostanziale schermo che allontana la grazia del tuo Volto e sospinge distante dai miei passi la tua Mano. Ecco, Signore, salvami! Da solo sono perso: disperso nelle maglie della trama del mondo. Senza la luce del tuo Sguardo non vedo più la Luce. L’ultimo desiderio Voglio riempire i versi del tuo Nome la mia poesia del tuo respiro immenso Dio della grande esplosione Dio del vulcano acceso, della contemplazione. Oggi erompi l’onnipotenza nel fiorire nel vortice delle profondità del canto. Ecco, mio Signore! Questo bene che tu hai affidato alla mia voce raccolga il segno della fecondità latente nelle strutture possenti del sentire nel diaframma verbale degli accordi. E ricordi l’alta tua designazione al corale abbandono del mio cuore questo poema enorme della vita che erompe fremente, accerchiata dal fragore assordante dei diluvi dal sommerso stupore di cascate dalla numinosa concavità della tua voce. Rifluisca ancora viva nel rumore delle stagioni la mia età percossa da plenitudine di palpitazioni a rincuorare il vergine sospiro dell’eterno, da te aperto all’incontro di due mondi vicini al compimento d’alti splendenti voli della proclamazione nella frontiera estrema della vita che chiama alla solennità dell’infinito. È l’ultimo desiderio della umana mia sostanza a invocare l’enorme nostalgia che accerchia questa radiosità del giorno che mi condensa, riversata, il volto di divina follia, nell’aggrapparmi alla sporgenza arcana, che profonda allaga la cavità dell’esistenza. Tutto sognante ardore, perso diluvio d’oceani sconfinati in festa, tripudio celestiale dell’attesa a sorseggiare (dopo lo scoramento delle smarrite ore in questa terrestre gravità del suolo) feracità di spazi avvinti dall’abbraccio della paternità immortale dell’amore. Maranathà I Se Tu venissi mentre passeggio sulla inferma terra delle attese e del profilo umano in questo destarsi nudo del destino dove sgomente trascorrono notti di borea e albe tormentate dall’agonia del sangue e bambini dagli occhi spalancati per quello splendore che fa lieto il morire!… II E noi bruciamo il cavaliere che viene incontro all’innalzarsi di neri gonfaloni con voce scavata dalla rassegnazione cupa che ulula tempeste assorbite nei rancori del paese dell’anima che muore. Così le ombre che resistono al crollo delle mura nel silenzio riaccendono la concitazione al pianto sepolto nel Tuo Cuore. E la notte fa velo della sua passione per quella tenerezza che avvolge l’ora risorta per gli amplessi mentre gli occhi rapiscono stupiti il grido ancestrale selvaggio della prima rosa. III Se Tu venissi ci chiederesti ancora di mordere il cielo aspirando con sapienza la sua luce di polvere d’oro e di penombre di sogni dimenticati dalla sciagura umana. Tu allora vieni e scioglici questa costernazione: il cielo cancellerà così il suo tulle rosa e la mano gentile di questa oscillazione perenne del prostrarsi accanto all’innocenza delle notti disperse alla fertilità del sonno ci porgerà il raccolto della mietitura e della stagione fervida di frutti e del riposo che accenna a dileguarsi con le ultime note di canzoni che un giorno dondolavano lievi nel sapore di vissuti ormai lontani. Vieni e donaci ancora gentile l’eternità assopita dentro il cuore: così bocconi ci prostriamo di Verità sorgente o amata Persuasione! Abbandono Dentro la pace che assedia la Tua voce voglio, Gesù, distendere il riposo. Da quando ho lasciato questa vicinanza del clamore e sospeso il rumore d’ogni possedimento dentro la mia profondità, ho gridato l’ultimo appello affidato all’astinenza custodita nel mio cuore geloso: l’abbandono, la luce dell’assenza e le improvvise radure della precocità d’imprevisti risvegli della primavera a inanellare di sogno docili fioriture e lo stupefacente durare di stagioni donate a gustare la Tua dolce Presenza. Fa ch’io distenda la sostanza umana nel contemplare il desiderio acceso della serenità dei vespri, della convessità di questa luce raccolta nel corpuscolare vivo ricomporsi del Tuo Volto dentro la segreta contrizione del mio nulla essenziale. Fa che la pace di lucenti tramonti in dolci grappoli di luce discenda a frugare nei talami sepolti nei tarli della mia macerazione diffusa in questa carne riassopita nell’intimo più buio della terra che occupa lo spazio del mio cuore. Ognissanti 2003 O Beati! Nel tripudio siete oggi ricomparsi nell’alveo luminoso della perennità, con in grembo raccolto lo sfogliarsi della magnificenza e l’incanto delle beatitudini a spargersi ombreggiate dall’eco dello Spirituale Amore. Sciolgono, i Santi, cenni di piccoli clamori di consenso all’ardore vibrante dell’adorazione. Cedono alla sottigliezza di un tacito stupore s’espandono felici nello spazio divino, senza contorni, dell’infinità, osannando. Accendete dentro l’intimità della presenza dolcissime festività di iridescenze. Sfavillate di fioriture, di alari pulsazioni, di lievi condensazioni sul percorso di luce nel numinoso palpito dei cuori. Oggi sono comparse sulla sfera del sogno, sulla diamantina levità del cielo, candide, immense le moltitudini di pace. Eccoli, i Santi! E intonano l’ardore, scalzi, calcando l’erba lievi, sotto i cedri in girotondo librando tra i fiori l’esultanza. Hanno gli occhi detersi dal dolore che irrigava la loro mitezza sulla terra. Campi di fuoco bruciante di passione del martirio a saziarsi, per il sangue beato che Dio raccoglie dalle lor membra belle. Ballate nel tripudio, ballate al sollevarsi del suono della nascente prodigiosa aurora, del gaudio eterno che corona d’aureole splendenti, l’approfondirsi di immani primavere, di peregrinazione nell’eterno della più folgorante apoteosi, o vittime d’amore! Riconquistate per noi perfetta la letizia, rianimate della pace i sentieri, il giubilo del cuore, quell’audace concedersi al perdono, anche al nemico, soccorrendo in ciascuno l’eco del più profondo gemito e quell’interminabile lamento ferito dell’amore. La pieta’ * Stabat Mater dolorosa iuxta Crucem lacrimosa dum pendebat Filius. Sta muta di Dio la Madre ai piedi Della Croce, attonita, gemente Rappresa nel dolore. Il suo patire s’irradia Dai riposti sedimenti dell’umana essenza Dalla più quieta espansione del raccoglimento Dal bruciore affilato delle sue ferite Dal condensarsi intenso della prostrazione. I cieli sono sepolti nel silenzio Nella più fitta essenza del pallore Turbinoso di nubi senza luce, trafitte Dall’urlo straziato di Cristo volto al Padre. * Cuius animam gementem contristatam et dolentem pertransivit gladius. S’accende nella mente, foriera l’eco Di quella profezia che presagiva La spada dentro il cuore. Questa lama bruciante, quest’immolazione Raduna il patimento dentro gli occhi Trapassa il seno, s’inerpica nel petto Risucchia l’anima, beve l’oscuramento Nella residuale vampa della mente. Ora di Dio la Madre ha consumato Dentro il suo seno, l’oscurità di voci Foriere dell’assenzio che assapora amaro Abbracciando trafitta la Pietà Infinita! * O quam tristis et afflicta fuit illa benedicta Mater Unigeniti! Di quell’oscuramento di quell’impenetrabile Destino, lacrimevole vitreo s’addensa Del suo volto il velo. La sua pietà assoluta, il suo dolore E’ cupa compressione di clamori Schiacciati gemiti in offuscata luce Nucleo umano di ardente sfinimento Sgomento estremo di desolazione. La Madre del momento dell’eterno Dei triboli strappati dalla carne Del cuore distillato dal patire Accoglie nel tormento l’umana eredità. * Pro peccatis suae gentis vidit Iesum in tormentis, et flagellis subditum. Riecheggiano gelide voci d’atrocità veemente Del popolo di Dio che grida “Crucifige!” Di lei l’anima lacerando. Straziata la Madre dei credenti Sta di pietra, sospesa, senza tempo Calcificata nel peso dell’assenza Con l’essere vessato dalla tribolazione E la vita assorbita nel trituramento. “Che cosa ho fatto mai, popolo mio Perché mi fai soffrire? Morirò per te.” Sta gridando con gli occhi e con il sangue Sul capo incoronato, il suo Gesù! * Vidit suum dulcem natum moriendo desolatum, dum emisit spiritum. L’ultimo grido del Cristo al Padre suo Si espande nell’universo intero. Egli reclina il capo. Ella sussulta. Si lacera il respiro. Si spezza. Tace. Si sgretola atroce Nel singulto, in un roco lamento, nel sordo Rantolare del respiro, nell’ansito estremo Tenebroso di un cupo offuscamento. Si squarcia il velo, dalle fondamenta Si scuote il tempio e le montagne Tremano sotto i nembi. L’opaco sole Sparge l’ombra nel cuore di Maria. * Eia Mater, fons amoris, me sentire vim doloris fac, ut tecum lugeam. Nel silenzio, col corpo del suo figlio Tra le braccia, ella spegne l’ultimo singulto E scende nell’umano cuore. Riversata nel dono, colmata dall’amore In quel liturgico spargersi di morte Si consuma nel Corpo della redenzione Dentro il sepolcro, perduta nell’oblio Nella suprema attesa del bagliore. La madre di Dio giace smarrita dentro Il mistero di quell’annientamento. - Ma l’ora delle tenebre scoccato ha già l’ultimo suo tempo: da quel silenzio vincente deflagrerà la Vita. |
