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selezione poesie Settimana Santa 2005 (20 –28 marzo 2005) Domenica delle palme L’Altissimo s’annuncia nella storia nell’ora luminosa degli osanna. Il Figlio dell’Uomo avanza cavalcando e fissa quell’effimera esultanza non ‘come fosse guardando da cavallo’ ma da amante tradito con stracolmi gli occhi d’una dolcezza infinita di passione. Ma contro lo sguardo bieco dei nemici oppone la sua regalità l’irrevocabile sentenza della sua vittoria. Ogni sconvolgimento è stabilito. Dall’editto di Dio verranno sgretolate tutte le illusorie voci di potenza umana. Ed accadrà l’avvento della desolazione. Solo il lamento di quanti l’accolgono nel cuore troverà conforto già nella terra della sconfitta umana dall’illimitata tenera carezza del suo Cuore. Per il lunedì Passione Per colorare il silenzio di orizzonti e l’alba di un cielo trafugato dalle profondità del vento hai fatto risuonare dentro gli anni l’elemento di questa confessione dell’eterno. E tu ritorni sempre a ridestare gli attimi nella solennità delle incursioni del tuo mistero sepolto dentro questa corrosione della mia carne. Da questo segreto sprofondare nell’arcano riemerge la Passione che configura le strade della vita dove un giorno ho smarrito l’esultanza. Ah, riaverti per attraversare incolume l’istante infinito della perforazione nel nome che esplode costellando d’immenso questa fragilità del tuo possesso! Tu oggi hai sollevato alta la fronte dal folto trafitto dell’anima perduta nell’amore. Ma l’uomo si spegne dentro il cerchio dell’oblio. Egli, altrove volge il raccoglimento l’umana adorazione il suo possedimento. E l’onda amara e il suono di questo smarrimento ti inchioda da sempre sulla croce alza lo strazio strappa l’eco e contorce l’urlo dei giorni sopraffatti dall’orrore. Per il martedì di Passione Intorno sopravanzano segnali ancora in questa luce dall’aria mattutina al ricordo di un frusciare luminoso delle fronde d’ulivo apparse al tuo avanzare. Si sporgono dal cielo acuminate le spine del delirio umano e del tempo nere cicatrici a segnare la profetica voce di una terra selvaggia di passioni. Dietro le spente oscillazioni degli osanna si assembra a coronare insieme al martirio delle ore l’inclemenza di tutti gli elementi stretti a comporre l’ultima apoteosi della crocifissione. E il rumore del buio crepita vistosamente intorno alla lacerazione terminale di una sconfitta che annuncia la folgorazione estrema. Della pietà s’infrange la modulazione e il volto s’incrina si strappa il velo che offusca l’ampiezza dello sguardo. E già è vicina l’ora della desolazione. E degli esseri il gemito raccoglie il lembo estremo della costernazione. Lontane nel tempo sorgono ancora le primaverili strepitose gemme che donavano la vita al tuo passaggio! Ma ora è tardi perché dal tempo possano fuggire inorridite queste lamentazioni delle anime tradite nell’attesa. E la fiamma consuma lentamente ogni vigore. Ed è anche fuggito l’ultimo latrato del dolore. Tu docilmente nella tua ora ti sei ormai disteso sul brivido integrale, nella carne del tormento a colmare quel fuoco che divora il tuo Spirito. E ti perdi nell’abissale ventre del tuo annientamento. Per il mercoledì di Passione Da dentro l’altissima presenza della serenità di questa voce ho scavato l’abisso del rumore umano. Lontane orme leggere si perdono al passaggio della consuetudine dell’uomo volto a saggiare il tepore della vita. Piccoli possedimenti del frastuono e quel gridare spento sugli altari delle immolazioni - per le piagate voci di questa umana assenza del donare - affondano la pietà dentro il rancore fitto nelle radici del patire. Da tanto fondo si scuote il desiderio di riemergere sopra liquidità fugaci di penombre scomparse dalla demolizione del nostro malessere interrato nello spessore dell’anima ferita dalla morte. Ma già il buio del cuore prelude al tradimento: “ Sono forse io mio Signore?”. Sono io a raccogliere questo squallore scosceso del vivere murati dentro l’enorme solitudine che riaffiora ad ogni apparizione dello sconvolgimento d’ogni bene che caria la mente degli umani ostinati a sbarrarti il proprio cuore? “… Sei tu, compagno mio, mio amico e confidente…”. Ecco così ti abbiamo discacciato fino in fondo affinando con un bacio ogni nostro tradimento. Solo racimolando ordigni del pensiero e aberrazioni oscure della mente abbiamo dissacrato il gesto tuo il segno perfetto della Redenzione. ‘Ma tu che hai amato i tuoi e li hai voluti amare sino al compimento’ trasali ancora all’impeto del dono e t’immoli ogni giorno morendo per Amore. Per il giovedì di Passione Quanto silenzio avvolge quel tuo sguardo! E ti vedo chinare innanzi all’uomo toccando col ginocchio il suolo prostrato nella tua ineffabile umiltà: graziosità di Dio, di te suo Figlio esinanito ed esaltato ai piedi della tua recalcitrante creatura. E mi domando come mai il cielo possa discendere nel cavo della profanazione nel luogo che spazia dentro il corpo di questa transizione nell’esodo di un popolo ribelle. Ma tu ti prendi tutto l’assenzio della nostra vita e disciogli nel calice dell’offerta essenziale questa distillazione del patire che sconvolge la carne degli umani. Nella tua solitudine immensa hai radunato la tua forza nella compenetrazione del mistero della tua Croce per quella sua divina essenza che abbraccia intera la sostanza di tutto il patimento. Diradando così quel velo che nasconde la tua gloria hai svelato il Corpo dell’Amore. Fu il Getsemani allora l’ultimo appello accolto alla divinazione della sentenza eterna. Ma gli umani ti hanno già ucciso dentro il cuore. Ora con l’Ostia ridonami speranza. Poiché questa è la forza: che io con te risorga che il corpo mio non sarà annullato! Per il venerdì di Passione Dio della Pietà ho trascorso la nullità del tempo a rammentare il senso e le illusioni a cavare dal vuoto della mia sostanza la voce che toccasse l’abisso del silenzio tuo. Oggi ho confessato l’assurdità dell’ora di un mondo insussistente agli occhi della nuda verità: per quell’impressionante tuo gridare con potenza enorme al Padre l’abbandono totale dell’esistenza attorno al tuo essere Morte e Vita per risorgere dopo aver toccato oltre l’ultimo appoggio dell’infinità il vuoto assoluto dell’inesistenza della morte seconda del peccato. Solo su te tremenda l’ira di Dio ha congelato l’estrema sentenza della giustizia eterna. E la morte l’hai tutta vissuta fino allo spasimo dell’urlo col quale hai tratto l’uomo dal baratro abissale del suo annientamento. Sabato Santo La terra ha consumato il tempo dell’attesa trascolorando i secoli a ridosso di estese metamorfosi di vita nel buio di oscure transizioni degli esseri apparsi da remote fratture dello sgomento immenso di un insondabile nulla. Dalle viscere del tempo oggi sugli esseri discende il silenzio essenziale della morte a congiungere alla vita la sua sostanza eterna. All’alba del tempo, solo il Principio del Bene navigava nell’estasi di spazi privi di dimensione in quel purissimo originario stare presso la sua Statura con Se Stesso. Dio deflagrò all’origine frammenti del suo Bene nel tempo a costruire riservato alla vita lo spazio della dilatazione dell’Amore. E il buio dei secoli e le genti e gli evi e la concitazione e il clamore degli uomini dando spessore al volto delle cose si accamparono attorno alle densissime cavità del vuoto. L’essere e il nulla in un duello estremo marcarono i confini dell’umano. E l’uomo si inventò la sua tragedia immane. Ma l’Essere anteriore all’esistenza invocò nuovamente dalla frantumazione del suo Cuore offeso suprema la sua ricognizione dell’Amore conducendo per mano sulla Croce del Golgota la sua Parola di Carne pronunciata avanti l’alba della nostra storia. Fu il culmine dei tempi fu il compimento. L’inaccessibile ad ogni più compiuto gesto della mente avvenne e arcanamente s’avverò nell’attimo della più radicale esaltazione il mistero della stabilità perfetta del creato. L’immolazione accadde nell’assenza assoluta d’ogni voce a marcare dall’abisso estremo del silenzio l’ultimo respiro della Vita dell’Uomo-Dio deposto nel sepolcro. Domenica di Resurrezione Quando è la vita della Vita che si desta sale dagli inferi il fragore della solennità divina foriera d’un’incontenibile vittoria e la vindice Potenza Creatrice che annulla l’orrore della morte. Appare nel sepolcro allora l’Angelo della folgorazione condensando la sua terribile presenza nel lampo dell’esultanza eterna della luce. ‘Chi cerchi, Maria? Quel bene che tu vuoi ha fatto trasalire la creazione intera. Egli è folgore e suprema potenza della Vita. È indistruttibile concavità che regge l’universo. È la sorpresa del Padre dell’Amore. È la benevola soavità che scaglia goccia a goccia effluvi inarrestabili di eterna irrorazione della felicità. È balsamo celeste e rapimento saettante arco di luce che si affaccia sopra l’intero spessore del celeste riversarsi nella dimora aperta del cuore dei suoi amanti. Colui che cerchi sta dove aderisce l’anima legata al suo destino. Sta con te, sta in te, sta lì dove l’attende l’anima smarrita nel suo Amore’. ‘Maria!… Rabbi’!. E il suono delle voci riempì l’aria d’una primavera eterna. Lunedì dell’Angelo ‘Perché andate cercando tra i morti Colui che è vivo. Non è più qui. Egli è risorto’. Dall’annuncio dell’Angelo fatto spessore e luce di Dio s’è oramai aperta la ricomposizione dell’andare compresi del destino incontro alla respirazione della vita che ha ridonato al volto degli umani la libertà di accogliere compiuta la nostra destinazione alla divinità. Dal mondo naufragato nel non senso è tornata per sempre sul sentiero - che schiude i disegni del divino - vastissima un’umanità che attende di scoprire ogni giorno con stupore della terra il segreto che ricolma il desiderio del domani eterno. E porge in offerta il suo respiro a illuminare il cuore - oltre il chiuso labirinto della stupidità e dell’orrore - alitando la vita sulla lacerazione di una carne spesso dilacerata da quel patire che genera il riscatto per l’empietà diffusa sulla terra. Alla mia nipotina Martina Dentro il fiorire Dentro il fiorire aperto di quel sorriso scalfito dal tepore celava il suo silenzio dall’eterno. E già la proiezione della luce s’insinuava rapida a lambire della vita una goccia trasparente. Fu l’attimo. E la soglia di questo progredire dell’annunzio ci regalò il sussurro della letizia. E le stagioni e il cielo sciolsero il loro canto a custodire questa presenza morbida del volo nel breve suo palpito raccolto sul velo di quel volto a disegnare l’infanzia della vita dentro il primo respiro. Era dono ed offerta altare e liturgia. Il sopraggiungere unico del soffio e un vagito: primizia dell’amore. Cosi’ ti colgo Nascere a questa luce quando il mondo per la prima volta incerto traspariva alle pupille. Quel vagito dell’essere scoperti all’esistenza entrava nella sonorità degli occhi a percepire le onde della vita. Che immensità d’intorno a questo proiettarsi nello spazio che nel ritmo crescendo s’allargava dentro le pulsazioni dell’infanzia! Odo il tepore tuo oggi, bambina mia nella memoria logora che affonda nel turbamento arcano di quei fanciulli sogni fioriti dalle tempeste del mio cuore. Era allora la vita immersa in queste attese per lanciare nell’aria le grida del sorriso e attenderne l’eco d’una felicità che trasudava da tutta l’esultanza. Ed era nello spazio luminoso già il profumo della divina serenità di un universo immenso! E percorrevo con il cuore in gola e in mano, fiorita, verde tutta la fiducia prepotente di vivere chiamando a raccolta al mio comando e il cielo e le stagioni e le acque e il vento e le stelle compagne dei miei sogni per colmare tutta l’insaziabilità di quel presente rincorrere nel tempo le promesse e intera la gioia della vita: così ti colgo, bambina, in questo crepuscolo dell’esistenza mia già pronta a valicare la soglia dell’eterno. E ti sogno e ti vedo squittire e trepidante solcare la vita come rondine e fendere l’aria del tuo cielo per raccogliere da questa polvere del cosmo la tua innocenza intatta e il dono di Dio, sottratti da tutte le ferite del destino. Solitudine essenziale (Lo spazio della mia quotidianità) * Tu mi guardi severo mio Signore mentre io mi dono al vento ed alla solitudine degli occhi con voci che escoriano il rumore dell’anima occultata dentro l’impossibile sostanza di una sfiorita carne per rammentare questa mendacità di giorni e la fastosità di luci e l’ardire insolente del mio abito smesso per chiederti una volta ancora di salirmi al tuo cielo un solo istante a ricordare l’infanzia dell’amore e l’ardore che celo dentro il corpo quando contemplo te così dimesso e impenetrabile a stordirmi con quel silenzio nato nella mente in questa transizione tenerissima d’aliti impercettibili a lambirti col mio canto muto dell’abbandono mio dolcissimo ignoto Signore del mistero. * Ti parlo e creo poesie nella mia mente per questa poca fede che sostiene i battiti del cuore. Ti chiedo e vorrei per un istante perdermi nel segno di questa impermeabile durezza del mistero. Ti sto di fronte accorato e sfinito dal rumore pressante delle dita che cercano parole piene per dirti la vastità e lo schianto di questo impallidire nell’ardore. Enigma di tutta l’impotenza costanza di un silenzio luminoso e oscuro impervia clausura d’una passione folle che mi trascino anche nei sogni che invadono l’assenza del mio sentirti accanto e muto. E mi getto nel buio sapendo la speranza e l’abbandono. Così per un più fertile incontrarti qualche sera attorno a questo sfinimento atroce per sollevare le dita abbandonate e lente a cogliere la sovrumanità del tuo silenzio: mi raccolgo spossato da estrema mansuetudine nel concepirti ospite dolcissimo dell’anima mia già lacerata da questa fatica di vivere morendo. * Posso parlare della stagione dei minacciosi nembi e degli impietosi attimi della lacerazione gremita a cospargere stille di bruciore dentro l’irritazione delle piaghe scoperte al biasimo del tempo. Quest’uomo sospeso dall’incertezza del vivere nel tempo rimuove nel nucleo più fitto della mente la consapevolezza di assaporare intera la durata del suo risolutivo risveglio nel grembo della madre terra. Tu dall’inganno hai tratto questo torpore dell’annullamento nell’assoluto comporsi di tutta la gravità dell’esistenza e tracci - con l’innalzarsi rapido potente d’una spirituale brezza - il liturgico gesto della fertilità del dono. E il tempo dell’attesa ora sconvolge la nostra fisicità dell’apparire nel transitorio. Trascuriamo così il volto dell’eterno per questa pausa breve del respiro che assegniamo alla fragilità dei sogni frantumati già all’alba nel porsi del destino. Rompi allora l’indugio del mistero sormonta la frontiera dello sguardo edifica il tratto della nostra figura a cavalcare questa solennità del tuo perfetto ratificare il senso dell’affermazione il grido dell’estremo compimento. * L’intensità della mia vita la stringo tra le mani come una festa. E vorrei accorrere là dove s’incontrano nelle adiacenze del tuo cuore tutti i percorsi della conquista santa. La dimora dell’anima innalzata al suo destarsi nella liberazione nel dispiegamento del suo farsi sorella del più piccolo addensamento della vita sorride e dona il suo raccoglimento all’interiorità del mio riposo. Rigenerato all’alitare del tuo discreto sguardo mi abbandono con la forza integrale della persuasione a questo assembramento di esistenze nella solennità del crepitare di nuove acclamazioni nel dolce perdurare della sacralità nel cenno del perdono per nascere di nuovo nella semplicità della sostanza ignuda che vive solamente nello spazio della divinità presente nel suo durare eterno. * Ho raccolto la tua fluttuazione immensa nel radunare dentro l’intellezione questa mia vicinanza al paradosso che respinge il destarsi delle fondamenta dell’essere a ridosso della sostanza eterna cardine della solidità del Bene. È la Regale Sinfonia dell’universo che attraversa la nebulosità dell’esistenza posta nella mia mente per confine tra il certo della forza dentro questa solidità della materia nuda e il tuo sottilissimo alito perenne della vita: sfuggente brezza dello spirituale destarti nella voce dalla potenza immensa soffiata sul Creato emerso nell’attimo più intenso del respiro. Mi confondi e non so assegnare a queste evocazioni della Presenza tua nessun rumore che salga da un grido profondissimo a chiamarti dentro l’eternità del Nome. Tu l’Assoluto e l’Ampiezza della tua virginea primordiale Essenza riflesso dell’assalto all’impossibile sostare umano attorno a questa inesistenza di confini che colgo nelle sporgenze del tuo volto. Tu vieni e ti porgi sostieni l’armonia del fluido stellare ti nascondi e taci enormemente e con le dita scandisci l’esistenza tutta e la sorte d’ogni possibile fattezza della vita e delle notti e dei giorni e dello spazio e di questo eremitaggio umano del pensiero che non può concepire la sostanza del Nome pronunciato - avanti al sorgere della prima alba della tua Creazione - dalle profondità stellari oltre gli abissi che sbarrano l’accesso alla profanazione della dimora dell’Inaccessibile da dove un giorno l’Emanuele è disceso tra gli umani. * E’ questo l’oggetto della mente il dissidio perenne che configge la grande nostalgia dell’assoluto in questa costrizione nell’angustia dei limiti a toccare l’assurda contrazione dell’essere finito. Tu invece da quel tuo caldo immenso navigare dentro l’infinità della Presenza hai colto dell’infinitesimale la grazia e l’innocenza preziosa inappagabile del nulla che lo veste uscendo dall’intangibile suprema tua Statura per vestire l’abito della nostra nudità integrale. Eppure noi la nostra carne umana avida della tua celebrazione percorre questi strati della vita riparandosi dalla sottile traccia della voce che ci pungola a frangere ogni indugio e la soverchia aderenza a quest’oscura sorda vischiosa brutalità che avvolge l’esistenza nel tempo recato dalla storia degli uomini nel mondo. Ma appena nell’attimo che attinge al mio tacere ricordo il tuo sostare nella sostanza della mia unità e tu accarezzi questa leggerezza del mio esser randagio disperso nella penombra solitaria dei miei borghi gemendo dell’infelicità delle stagioni che l’uomo allestisce attorno al suo delirio: io sospendo il rancore della vita e mi distendo nella rassicurante tenera luce della quiete tua col consenso di adire alle tue stanze. E in quell’istante l’anima mia si libra nella solenne sua liturgica perennità del volo. * Quando percorro la vastità del tempo e mi soffermo a scrutare l’azzurra distesa dello spazio raccolto nel tuo cielo sottraggo allora a questo mio percorso umano l’implacabile concitazione delle rapsodie che percorrono i sentieri della profanazione. E mi rifugio d’intorno a questa vivacità di percezioni per carpire l’essenza del rumore umano. È così che mi dolgo dei giorni trafitti dalla molteplicità di accorati singulti scavati a mendicare poca terra. Poca terra per dono all’assoluta indigenza della umana, muta carne scoperta alla causticità delle abrasioni incalzanti dell’odio. Poiché quest’uomo sembra non sappia vivere senza scagliarti atrocemente contro le assurde astuzie d’un livore occulto che divora la sotterranea forma della bellezza arcana che plasma dell’anima le fattezze immortali. Eppure c’è dentro, nel cuore sempre questo tacito dolcissimo fragore dell’amore che spesso travolge con densità inattesa la sommità dei nostri desideri percossi da onde di campane distese ad annunciare la tua festa immensa nel tripudio Padre grande del cielo Padre che vigili da sempre ovunque germoglia lo stupore della vita su questa forte terra del destino compiuto nel tuo Amore. * Dentro di me dove convergono le popolazioni della terra ed un’immensità di braccia alzate nell’ora della vicinanza e del toccare col dito, dentro di me, il tuo cielo. Provo a sostare dove lo spirito sottile travolge questo affanno del dare un nome nel chiamarmi con la tua voce accorsa a suffragare l’inizio del mio riversamento oltre la soglia che accende il mio risveglio. Mi sei piccola cosa venuta a compensare la nullità sublime del chiarore che scende distrattamente dalla terza luna del mio pellegrinaggio nella notte fittissima dei sensi. Così verso di te accorro o illimitata sublimità del soffio tuo perenne Spirito della santificazione degli opposti principi che convergono nel centro del sacrario del mio cuore! E attendo la risonanza tua prorompere dagli strati della verginità del tempo per sondare (permeando tutta la sostanza col graffiare questa materia che s’addensa attorno al precipitare della luce) il tuo sogno a noi folle e tutte le pause di questo inenarrabile comprimere nell’uomo il tuo respiro. * Solamente una volta dalle contratte estremità degli orizzonti aprire all’irruzione del presidio eterno il riconoscimento di questa trasparenza del consistere nel nucleo della essenza del divino. Mia luce e vivente consacrazione dell’essere sospeso a questa gravità dell’esistenza contando i giorni della vita che tu chiami dal centro del profondo nulla. Forse talvolta sono e tale mi affido con certezza al mio destino nel percorrere intera questa distanza enorme che occupa lo spazio immenso di una fiaba nata dal fondo imperscrutabile del tempo sospeso come nebbia sulla terra della mia incessante giovinezza. E pregusto il sapore della sorpresa di sentirmi al fianco della consuetudine a lambire quest’incommensurabile felicità dell’essere voce nel ritmare questa scansione eterna della vita * Guardo così compreso il mondo intero e mi rivolgo ai venti che sorgono dal ciglio della terra per diffondere volando con le nubi stupito l’infranto racconto della vita sopra le vette del delirio umano e nei fondali sommersi degli abissi dove sprofonda l’urlo di questa vicinanza dell’immenso. Ahi quanto costa al percepire umano questa sostanza del vivere abbattendo i segni inconfondibili della calamità che ci sospinge verso l’inconsistenza atroce del sostare sopra questa amarissima diffusa salinità d’una deserta terra! Come tradurre in canto questo bisogno sommo di tormentare la nostra nostalgia in questa promiscuità tra il vero dell’esistere e la forma assente d’ogni solidità nel concepire il mondo e le cose e l’arbitrio che affollano il nostro cuore insano? Restiamo clandestini sulla terra del bisogno che accoglie la presenza del respirare immenso e gli abbandoni e la velata traccia che segna ogni stagione della vita e crea la giovinezza degli improvvisi amori o si perde dentro i meandri ostili d’una follia cosciente ostinata a raccogliere logori brandelli della vita. E fuggono le radici del sorriso e affonda lontana la letizia del volto e degli sguardi trafitti da questo desiderio eterno di concepire un palpito di vita solamente da donare all’essenza dell’amore. È questo prostrarsi inermi a raccogliere l’eco di sconfitte laceranti protratte in questa futilità dei giorni sottratti alle ragioni della vita che ci oscura lo sguardo ed allontana il desiderio arcano della folgorazione estrema . All’amico G. L. L ‘inaridirsi infinito del silenzio Mi hai percosso, hai ghermito lo scabro sipario della costernazione riconsegnandomi illeso nella notte il dono delle ore. Per questo s’è dischiuso l’abisso dell’istante tra l’ultima frattura e il segno che chiama dal profondo la presenza. Averti tra l’andare e l’incertezza di spegnere assoluti ululati dentro l’estremità dell’essere abbattuti all’esistenza del nostro viscerale ritrovarsi nel palmo mansueto della voce. Oggi si ricompone lo sconcerto di questo impetuoso sovrapporsi di mondi immersi dentro la coscienza del vuoto immenso. E tu gemi per l’inaridirsi infinito del silenzio che sgorga dalla molteplicità del nostro riversarsi schiantati dentro il nome delle cose. Odo l’eco tua crepitante nelle ondulazioni nei sobbalzi del sogno frastornante della vita. E m’immergo a rinverdire l’assurdità del nulla. Horror vacui Sei una creatura che geme di quell’aridità fasciata da un silenzio che uccide. Ho per te, per questo tuo innalzarti dal centro della esangue latitudine del tuo piagato cuore, provato gelosia. Non potrà mai essere consolato questo scomposto grido dell’orrore: esso ha varcato la soglia della maledizione e languisce nel fondo ignoto di questa estenuazione della vita che si protrae nel vuoto aperto dall’abominio umano. A Dio si grida nella disperazione che ha triturato il tratto estremo dell’essere ragione di questa inesistenza d’ogni riscontro vero che demarca la distorsione di un segno senza senso che traccia la storia della sciagura umana. E tu hai concepito l’impetrazione estrema. Ma la vendetta di Dio dimora sulla Croce: intera, feroce esatta ad esigere il prezzo dell’abisso infinito, atroce, che sgorga dalla colpa. Ai piedi della Croce, unica la speranza attecchisce e deflagra nella feracità di cieli e terra nuovi: Iddio ‘sogghigna’ soltanto di un amore incalzato da un vento di follia che non ha spazio nella mente umana. * * * Dovrebbe farsi vento Dovrebbe farsi vento la voce del silenzio - tempesta che aspiri in nebulosi vortici il polline infecondo delle distanze umane. E lo sciolto discorrere dell’acqua farsi ombra d’inanellati brividi rapida turbolenza condensata al gelido lunare levigarsi della notturna luce rapita ad annunziare il rifluire immenso delle costellazioni. Questa occulta effusione del pensiero raccoglie sorpresa traboccante l’umano sentiero dei presentimenti e le alari dimore di irruzioni nello spirituale sciogliersi dei sensi nel compimento estremo degli abbracci. Ma l’empito di vita si confonde nel declinare vano della sostanza umana e scivola la nostalgia degli occhi eterna a confiscare trafitta la luce dei tramonti. |
