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selezione poesie


Settimana Santa 2005
(20 –28 marzo 2005)


Domenica delle palme


L’Altissimo s’annuncia nella storia
nell’ora luminosa
degli osanna.

Il Figlio dell’Uomo
avanza cavalcando
e fissa quell’effimera esultanza
non ‘come fosse guardando da cavallo’
ma da amante tradito
con stracolmi gli occhi
d’una dolcezza infinita di passione.

Ma contro lo sguardo bieco dei nemici
oppone la sua regalità
l’irrevocabile
sentenza della sua vittoria.

Ogni sconvolgimento è stabilito.

Dall’editto
di Dio
verranno sgretolate
tutte le illusorie voci di potenza
umana.
Ed accadrà l’avvento
della desolazione.

Solo il lamento
di quanti l’accolgono nel cuore
troverà conforto
già nella terra della sconfitta umana
dall’illimitata tenera carezza del suo Cuore.





Per il lunedì Passione


Per colorare il silenzio di orizzonti
e l’alba di un cielo trafugato
dalle profondità del vento
hai fatto risuonare dentro gli anni
l’elemento di questa confessione
dell’eterno.

E tu ritorni sempre
a ridestare gli attimi
nella solennità delle incursioni
del tuo mistero
sepolto dentro questa corrosione
della mia carne.

Da questo segreto sprofondare nell’arcano
riemerge la Passione
che configura le strade della vita
dove un giorno ho smarrito
l’esultanza.

Ah, riaverti per attraversare incolume
l’istante infinito della perforazione
nel nome che esplode costellando
d’immenso questa fragilità
del tuo possesso!

Tu oggi hai sollevato alta la fronte
dal folto trafitto dell’anima
perduta nell’amore.
Ma l’uomo
si spegne dentro il cerchio dell’oblio.

Egli, altrove
volge il raccoglimento
l’umana adorazione
il suo
possedimento.

E l’onda amara e il suono
di questo smarrimento
ti inchioda da sempre sulla croce
alza lo strazio
strappa l’eco e contorce
l’urlo dei giorni sopraffatti
dall’orrore.





Per il martedì di Passione


Intorno sopravanzano segnali
ancora in questa luce
dall’aria mattutina
al ricordo di un frusciare luminoso
delle fronde d’ulivo apparse
al tuo avanzare.

Si sporgono dal cielo acuminate
le spine del delirio umano
e del tempo nere cicatrici
a segnare la profetica voce
di una terra selvaggia di passioni.

Dietro le spente oscillazioni degli osanna
si assembra a coronare insieme
al martirio delle ore
l’inclemenza di tutti gli elementi
stretti a comporre l’ultima apoteosi
della crocifissione.

E il rumore del buio
crepita vistosamente intorno
alla lacerazione terminale
di una sconfitta
che annuncia la folgorazione estrema.

Della pietà s’infrange
la modulazione
e il volto s’incrina
si strappa il velo che offusca
l’ampiezza dello sguardo.

E già è vicina
l’ora della desolazione.
E degli esseri il gemito
raccoglie il lembo estremo
della costernazione.

Lontane nel tempo sorgono
ancora le primaverili strepitose
gemme che donavano la vita
al tuo passaggio!

Ma ora è tardi
perché dal tempo
possano fuggire inorridite
queste lamentazioni
delle anime tradite nell’attesa.

E la fiamma consuma lentamente
ogni vigore.
Ed è anche fuggito l’ultimo latrato
del dolore.

Tu docilmente
nella tua ora ti sei ormai disteso
sul brivido integrale, nella carne
del tormento a colmare
quel fuoco che divora
il tuo Spirito.

E ti perdi
nell’abissale ventre
del tuo annientamento.





Per il mercoledì di Passione


Da dentro l’altissima presenza
della serenità di questa voce
ho scavato l’abisso del rumore
umano.

Lontane orme leggere
si perdono al passaggio
della consuetudine dell’uomo
volto a saggiare il tepore della vita.

Piccoli possedimenti del frastuono
e quel gridare spento sugli altari
delle immolazioni - per le piagate voci
di questa umana assenza del donare -
affondano la pietà dentro il rancore
fitto nelle radici del patire.

Da tanto fondo si scuote il desiderio
di riemergere sopra liquidità fugaci
di penombre scomparse dalla demolizione
del nostro malessere interrato
nello spessore dell’anima ferita
dalla morte.

Ma già il buio del cuore
prelude al tradimento: “ Sono forse io
mio Signore?”. Sono io a raccogliere
questo squallore scosceso del vivere
murati dentro l’enorme solitudine
che riaffiora ad ogni apparizione
dello sconvolgimento d’ogni bene
che caria la mente degli umani
ostinati a sbarrarti il proprio cuore?

“… Sei tu, compagno mio, mio amico
e confidente…”. Ecco così ti abbiamo
discacciato fino in fondo affinando
con un bacio ogni nostro tradimento.

Solo racimolando ordigni del pensiero
e aberrazioni oscure della mente
abbiamo dissacrato il gesto tuo
il segno perfetto della Redenzione.

‘Ma tu che hai amato i tuoi
e li hai voluti amare sino al compimento’
trasali ancora all’impeto del dono
e t’immoli ogni giorno morendo per Amore.





Per il giovedì di Passione


Quanto silenzio avvolge
quel tuo sguardo!

E ti vedo chinare
innanzi all’uomo toccando
col ginocchio il suolo
prostrato nella tua
ineffabile umiltà:
graziosità di Dio, di te suo Figlio
esinanito ed esaltato ai piedi
della tua recalcitrante creatura.

E mi domando come mai il cielo
possa discendere nel cavo
della profanazione
nel luogo
che spazia dentro il corpo
di questa transizione
nell’esodo
di un popolo ribelle.

Ma tu ti prendi
tutto l’assenzio della nostra vita
e disciogli nel calice
dell’offerta essenziale
questa distillazione del patire
che sconvolge la carne degli umani.

Nella tua solitudine immensa
hai radunato la tua forza
nella compenetrazione del mistero
della tua Croce per quella
sua divina essenza
che abbraccia intera la sostanza
di tutto il patimento.

Diradando così quel velo che nasconde
la tua gloria
hai svelato il Corpo dell’Amore.

Fu il Getsemani
allora
l’ultimo appello accolto alla divinazione
della sentenza eterna.

Ma gli umani
ti hanno già ucciso
dentro il cuore.

Ora
con l’Ostia
ridonami speranza.

Poiché questa
è la forza:
che io con te risorga
che il corpo mio
non sarà annullato!





Per il venerdì di Passione


Dio della Pietà
ho trascorso
la nullità del tempo
a rammentare il senso e le illusioni
a cavare dal vuoto
della mia sostanza
la voce
che toccasse l’abisso del silenzio tuo.

Oggi
ho confessato
l’assurdità dell’ora
di un mondo insussistente
agli occhi della nuda verità:

per quell’impressionante
tuo gridare con potenza enorme al Padre
l’abbandono totale
dell’esistenza attorno
al tuo essere Morte e Vita
per risorgere
dopo aver toccato
oltre l’ultimo appoggio dell’infinità
il vuoto assoluto dell’inesistenza
della morte seconda
del peccato.

Solo su te tremenda l’ira
di Dio ha congelato
l’estrema
sentenza della giustizia eterna.

E la morte
l’hai tutta vissuta
fino allo spasimo dell’urlo
col quale hai tratto l’uomo
dal baratro abissale del suo annientamento.





Sabato Santo


La terra ha consumato il tempo
dell’attesa trascolorando
i secoli a ridosso
di estese metamorfosi di vita
nel buio di oscure transizioni
degli esseri apparsi da remote
fratture dello sgomento immenso
di un insondabile nulla.

Dalle viscere del tempo oggi
sugli esseri discende
il silenzio essenziale
della morte a congiungere
alla vita
la sua sostanza eterna.

All’alba del tempo, solo
il Principio del Bene
navigava nell’estasi di spazi
privi di dimensione
in quel purissimo
originario stare presso la sua Statura
con Se Stesso.

Dio deflagrò all’origine
frammenti del suo Bene
nel tempo a costruire
riservato alla vita
lo spazio della dilatazione
dell’Amore.

E il buio dei secoli e le genti e gli evi
e la concitazione e il clamore
degli uomini
dando spessore al volto delle cose
si accamparono attorno
alle densissime cavità del vuoto.

L’essere e il nulla in un duello estremo
marcarono i confini dell’umano.
E l’uomo si inventò
la sua tragedia
immane.

Ma l’Essere anteriore all’esistenza
invocò nuovamente
dalla frantumazione del suo Cuore offeso
suprema la sua ricognizione dell’Amore
conducendo
per mano sulla Croce del Golgota
la sua Parola di Carne
pronunciata
avanti l’alba della nostra storia.

Fu il culmine dei tempi
fu il compimento.

L’inaccessibile
ad ogni più compiuto gesto della mente
avvenne
e arcanamente s’avverò nell’attimo
della più radicale esaltazione
il mistero
della stabilità perfetta
del creato.

L’immolazione accadde
nell’assenza assoluta d’ogni voce
a marcare dall’abisso estremo del silenzio
l’ultimo respiro
della Vita
dell’Uomo-Dio deposto nel sepolcro.





Domenica di Resurrezione


Quando è la vita della Vita che si desta
sale dagli inferi il fragore
della solennità divina
foriera d’un’incontenibile vittoria
e la vindice Potenza Creatrice
che annulla l’orrore della morte.

Appare nel sepolcro allora
l’Angelo della folgorazione
condensando la sua terribile presenza
nel lampo
dell’esultanza eterna della luce.

‘Chi cerchi, Maria? Quel bene che tu vuoi
ha fatto trasalire la creazione intera.
Egli è folgore e suprema
potenza della Vita.
È indistruttibile concavità che regge
l’universo.
È la sorpresa del Padre dell’Amore.
È la benevola soavità che scaglia
goccia a goccia effluvi inarrestabili
di eterna irrorazione
della felicità.
È balsamo celeste e rapimento
saettante arco di luce che si affaccia
sopra l’intero spessore del celeste
riversarsi nella dimora aperta
del cuore dei suoi amanti.

Colui che cerchi
sta dove aderisce l’anima legata
al suo destino.
Sta con te, sta in te, sta lì dove l’attende
l’anima smarrita nel suo Amore’.

‘Maria!… Rabbi’!.
E il suono delle voci
riempì l’aria d’una primavera eterna.





Lunedì dell’Angelo


‘Perché andate cercando tra i morti
Colui che è vivo. Non è più qui.
Egli è risorto’.


Dall’annuncio dell’Angelo fatto
spessore e luce di Dio s’è oramai
aperta la ricomposizione dell’andare
compresi del destino incontro
alla respirazione della vita
che ha ridonato al volto degli umani
la libertà di accogliere compiuta
la nostra destinazione alla divinità.

Dal mondo naufragato nel non senso
è tornata per sempre sul sentiero
- che schiude i disegni del divino -
vastissima un’umanità che attende
di scoprire ogni giorno con stupore
della terra il segreto che ricolma
il desiderio del domani eterno.

E porge in offerta il suo respiro
a illuminare il cuore - oltre il chiuso
labirinto della stupidità e dell’orrore -
alitando la vita sulla lacerazione
di una carne spesso dilacerata
da quel patire che genera il riscatto
per l’empietà diffusa sulla terra.





Alla mia nipotina Martina



Dentro il fiorire


Dentro il fiorire aperto
di quel sorriso scalfito dal tepore
celava il suo silenzio dall’eterno.

E già la proiezione della luce
s’insinuava rapida a lambire
della vita una goccia
trasparente.

Fu l’attimo. E la soglia
di questo progredire dell’annunzio
ci regalò il sussurro
della letizia.

E le stagioni e il cielo
sciolsero il loro canto
a custodire
questa presenza morbida del volo
nel breve suo palpito raccolto
sul velo di quel volto
a disegnare l’infanzia della vita
dentro il primo respiro.

Era dono ed offerta
altare e liturgia.
Il sopraggiungere unico del soffio
e un vagito:
primizia dell’amore.





Cosi’ ti colgo


Nascere a questa luce
quando il mondo per la prima volta
incerto traspariva alle pupille.

Quel vagito
dell’essere scoperti all’esistenza
entrava
nella sonorità degli occhi
a percepire le onde della vita.

Che immensità d’intorno
a questo proiettarsi nello spazio
che nel ritmo crescendo s’allargava
dentro le pulsazioni dell’infanzia!

Odo il tepore tuo
oggi, bambina mia
nella memoria logora che affonda
nel turbamento arcano
di quei fanciulli sogni
fioriti dalle tempeste del mio cuore.

Era allora la vita immersa in queste attese
per lanciare nell’aria
le grida del sorriso
e attenderne l’eco d’una felicità
che trasudava da tutta l’esultanza.

Ed era nello spazio luminoso
già il profumo
della divina serenità
di un universo immenso!
E percorrevo con il cuore in gola
e in mano, fiorita, verde
tutta la fiducia prepotente
di vivere
chiamando a raccolta al mio comando
e il cielo e le stagioni e le acque e il vento
e le stelle compagne dei miei sogni
per colmare
tutta l’insaziabilità di quel presente
rincorrere nel tempo le promesse e intera
la gioia della vita:

così ti colgo, bambina, in questo
crepuscolo dell’esistenza mia
già pronta a valicare
la soglia dell’eterno.

E ti sogno e ti vedo
squittire e trepidante
solcare la vita come rondine
e fendere l’aria del tuo cielo
per raccogliere da questa polvere del cosmo
la tua innocenza intatta e il dono
di Dio, sottratti
da tutte le ferite del destino.





Solitudine essenziale
(Lo spazio della mia quotidianità)


*

Tu mi guardi severo
mio Signore
mentre io mi dono al vento
ed alla solitudine degli occhi
con voci che escoriano il rumore
dell’anima occultata
dentro l’impossibile sostanza
di una sfiorita carne
per rammentare
questa mendacità di giorni
e la fastosità di luci
e l’ardire insolente del mio abito smesso
per chiederti una volta ancora
di salirmi al tuo cielo un solo istante
a ricordare l’infanzia dell’amore
e l’ardore che celo dentro il corpo
quando contemplo te così dimesso
e impenetrabile a stordirmi
con quel silenzio nato nella mente
in questa transizione
tenerissima d’aliti impercettibili
a lambirti col mio canto
muto dell’abbandono
mio dolcissimo
ignoto
Signore del mistero.


*

Ti parlo e creo
poesie nella mia mente
per questa poca fede che sostiene
i battiti del cuore.
Ti chiedo e vorrei
per un istante perdermi nel segno
di questa impermeabile durezza
del mistero.
Ti sto di fronte
accorato e sfinito dal rumore
pressante delle dita
che cercano parole piene
per dirti la vastità e lo schianto
di questo impallidire nell’ardore.

Enigma di tutta l’impotenza
costanza di un silenzio
luminoso e oscuro
impervia clausura d’una passione folle
che mi trascino
anche nei sogni che invadono l’assenza
del mio sentirti accanto e muto.

E mi getto nel buio
sapendo la speranza
e l’abbandono.

Così per un più fertile incontrarti
qualche sera
attorno a questo sfinimento atroce
per sollevare
le dita abbandonate e lente
a cogliere
la sovrumanità del tuo silenzio:
mi raccolgo spossato
da estrema mansuetudine
nel concepirti
ospite dolcissimo
dell’anima mia già lacerata
da questa fatica di vivere morendo.


*

Posso parlare
della stagione dei minacciosi nembi
e degli impietosi attimi
della lacerazione
gremita a cospargere stille di bruciore
dentro l’irritazione
delle piaghe scoperte al biasimo del tempo.

Quest’uomo
sospeso dall’incertezza del vivere nel tempo
rimuove nel nucleo più fitto della mente
la consapevolezza
di assaporare intera la durata
del suo risolutivo
risveglio nel grembo della madre terra.

Tu dall’inganno hai tratto
questo torpore dell’annullamento
nell’assoluto comporsi
di tutta la gravità dell’esistenza
e tracci
- con l’innalzarsi rapido potente
d’una spirituale brezza -
il liturgico gesto della fertilità del dono.

E il tempo dell’attesa ora sconvolge
la nostra fisicità dell’apparire
nel transitorio.

Trascuriamo così il volto dell’eterno
per questa pausa breve del respiro
che assegniamo alla fragilità dei sogni
frantumati già all’alba
nel porsi del destino.

Rompi allora l’indugio del mistero
sormonta la frontiera dello sguardo
edifica il tratto della nostra
figura a cavalcare
questa solennità del tuo perfetto
ratificare il senso dell’affermazione
il grido dell’estremo
compimento.


*

L’intensità della mia vita
la stringo tra le mani
come una festa.

E vorrei accorrere là
dove s’incontrano
nelle adiacenze del tuo cuore
tutti i percorsi della conquista santa.

La dimora
dell’anima innalzata al suo destarsi
nella liberazione
nel dispiegamento del suo farsi sorella
del più piccolo addensamento
della vita
sorride e dona il suo raccoglimento
all’interiorità del mio riposo.

Rigenerato
all’alitare del tuo discreto sguardo
mi abbandono
con la forza integrale della persuasione
a questo assembramento di esistenze
nella solennità del crepitare
di nuove acclamazioni
nel dolce perdurare della sacralità
nel cenno del perdono
per nascere di nuovo
nella semplicità della sostanza ignuda
che vive solamente nello spazio
della divinità
presente nel suo durare eterno.


*

Ho raccolto
la tua fluttuazione immensa
nel radunare dentro l’intellezione
questa mia vicinanza al paradosso
che respinge il destarsi
delle fondamenta dell’essere
a ridosso della sostanza eterna
cardine
della solidità del Bene.

È la Regale Sinfonia
dell’universo che attraversa
la nebulosità dell’esistenza
posta nella mia mente per confine
tra il certo della forza dentro
questa solidità
della materia nuda
e il tuo sottilissimo
alito perenne della vita:
sfuggente brezza dello spirituale
destarti nella voce
dalla potenza immensa
soffiata sul Creato
emerso
nell’attimo più intenso del respiro.

Mi confondi e non so
assegnare a queste evocazioni
della Presenza tua
nessun rumore che salga
da un grido profondissimo a chiamarti
dentro l’eternità del Nome.

Tu l’Assoluto e l’Ampiezza
della tua virginea primordiale Essenza
riflesso dell’assalto all’impossibile
sostare umano attorno
a questa inesistenza di confini
che colgo nelle sporgenze del tuo volto.

Tu vieni e ti porgi
sostieni l’armonia del fluido stellare
ti nascondi e taci enormemente
e con le dita scandisci
l’esistenza tutta e la sorte
d’ogni possibile fattezza della vita
e delle notti e dei giorni
e dello spazio e di questo
eremitaggio umano del pensiero
che non può concepire la sostanza
del Nome pronunciato
- avanti al sorgere della prima alba
della tua Creazione -
dalle profondità stellari
oltre gli abissi che sbarrano l’accesso
alla profanazione
della dimora dell’Inaccessibile
da dove un giorno
l’Emanuele è disceso tra gli umani.


*

E’ questo l’oggetto
della mente
il dissidio perenne che configge
la grande nostalgia dell’assoluto
in questa costrizione
nell’angustia dei limiti a toccare
l’assurda
contrazione dell’essere finito.

Tu invece
da quel tuo caldo immenso navigare
dentro l’infinità della Presenza
hai colto dell’infinitesimale
la grazia e l’innocenza
preziosa inappagabile del nulla
che lo veste
uscendo dall’intangibile suprema
tua Statura per vestire
l’abito della nostra nudità integrale.

Eppure noi
la nostra carne umana
avida della tua celebrazione
percorre questi strati della vita
riparandosi dalla sottile traccia della voce
che ci pungola a frangere ogni indugio
e la soverchia aderenza
a quest’oscura sorda vischiosa
brutalità che avvolge l’esistenza
nel tempo recato dalla storia
degli uomini nel mondo.

Ma appena nell’attimo che attinge
al mio tacere
ricordo il tuo sostare
nella sostanza della mia unità
e tu accarezzi
questa leggerezza del mio esser randagio
disperso nella penombra solitaria
dei miei borghi
gemendo dell’infelicità delle stagioni
che l’uomo allestisce attorno al suo delirio:
io sospendo il rancore della vita
e mi distendo nella rassicurante
tenera luce della quiete tua
col consenso di adire
alle tue stanze.

E in quell’istante l’anima mia
si libra nella solenne sua
liturgica perennità
del volo.


*

Quando percorro la vastità del tempo
e mi soffermo a scrutare
l’azzurra distesa dello spazio
raccolto nel tuo cielo
sottraggo allora
a questo mio percorso umano
l’implacabile
concitazione delle rapsodie
che percorrono i sentieri della profanazione.

E mi rifugio d’intorno
a questa vivacità di percezioni
per carpire
l’essenza del rumore umano.

È così che mi dolgo
dei giorni trafitti dalla molteplicità
di accorati singulti scavati a mendicare
poca terra.

Poca terra per dono all’assoluta
indigenza della umana, muta
carne scoperta
alla causticità delle abrasioni
incalzanti dell’odio.

Poiché quest’uomo
sembra non sappia vivere
senza scagliarti atrocemente contro
le assurde astuzie d’un livore occulto
che divora la sotterranea forma
della bellezza arcana
che plasma dell’anima
le fattezze immortali.

Eppure c’è dentro, nel cuore
sempre questo tacito
dolcissimo fragore dell’amore
che spesso travolge con densità inattesa
la sommità dei nostri desideri
percossi da onde di campane
distese ad annunciare la tua festa
immensa nel tripudio
Padre grande del cielo
Padre che vigili da sempre
ovunque germoglia lo stupore
della vita su questa forte terra
del destino compiuto nel tuo Amore.


*

Dentro di me dove
convergono le popolazioni della terra
ed un’immensità di braccia alzate
nell’ora
della vicinanza e del toccare
col dito, dentro
di me, il tuo cielo.

Provo a sostare dove lo spirito sottile
travolge questo affanno
del dare un nome
nel chiamarmi
con la tua voce accorsa a suffragare
l’inizio del mio riversamento
oltre la soglia che accende il mio risveglio.

Mi sei piccola cosa
venuta a compensare
la nullità sublime del chiarore
che scende
distrattamente dalla terza luna
del mio pellegrinaggio
nella notte fittissima
dei sensi.

Così verso di te accorro
o illimitata
sublimità del soffio tuo perenne
Spirito della santificazione degli opposti
principi che convergono
nel centro del sacrario del mio cuore!

E attendo
la risonanza tua
prorompere dagli strati della verginità del tempo
per sondare (permeando tutta la sostanza
col graffiare questa materia che s’addensa
attorno al precipitare della luce)
il tuo sogno a noi folle
e tutte le pause di questo inenarrabile
comprimere nell’uomo
il tuo respiro.


*

Solamente una volta
dalle contratte estremità degli orizzonti
aprire all’irruzione
del presidio eterno il riconoscimento
di questa trasparenza del consistere
nel nucleo della essenza
del divino.

Mia luce e vivente
consacrazione dell’essere sospeso
a questa gravità dell’esistenza
contando i giorni della vita
che tu chiami dal centro del profondo nulla.

Forse talvolta sono
e tale mi affido con certezza al mio destino
nel percorrere intera
questa distanza enorme
che occupa lo spazio immenso di una fiaba
nata dal fondo imperscrutabile del tempo
sospeso come nebbia sulla terra
della mia incessante
giovinezza.

E pregusto il sapore
della sorpresa di sentirmi al fianco
della consuetudine a lambire
quest’incommensurabile
felicità dell’essere
voce nel ritmare
questa scansione eterna
della vita


*

Guardo così compreso il mondo intero
e mi rivolgo ai venti
che sorgono dal ciglio della terra
per diffondere
volando con le nubi
stupito
l’infranto racconto della vita
sopra le vette del delirio umano
e nei fondali sommersi degli abissi
dove sprofonda l’urlo
di questa vicinanza dell’immenso.

Ahi quanto costa
al percepire umano
questa sostanza del vivere abbattendo
i segni inconfondibili
della calamità che ci sospinge
verso l’inconsistenza atroce
del sostare
sopra questa amarissima diffusa
salinità d’una deserta terra!

Come tradurre in canto questo bisogno sommo
di tormentare la nostra nostalgia
in questa promiscuità
tra il vero
dell’esistere e la forma assente
d’ogni solidità nel concepire il mondo
e le cose e l’arbitrio
che affollano il nostro cuore insano?

Restiamo clandestini sulla terra
del bisogno
che accoglie la presenza
del respirare immenso
e gli abbandoni e la velata traccia
che segna ogni stagione della vita
e crea la giovinezza degli improvvisi amori
o si perde dentro i meandri ostili
d’una follia cosciente
ostinata a raccogliere logori
brandelli della vita.

E fuggono le radici del sorriso
e affonda lontana
la letizia del volto e degli sguardi
trafitti da questo desiderio eterno
di concepire un palpito di vita solamente
da donare all’essenza dell’amore.

È questo prostrarsi inermi
a raccogliere l’eco di sconfitte laceranti
protratte in questa futilità dei giorni
sottratti alle ragioni della vita
che ci oscura lo sguardo ed allontana
il desiderio arcano
della folgorazione estrema





. All’amico G. L.



L ‘inaridirsi infinito del silenzio


Mi hai percosso, hai ghermito
lo scabro sipario della costernazione
riconsegnandomi illeso nella notte
il dono delle ore. Per questo
s’è dischiuso l’abisso dell’istante
tra l’ultima frattura e il segno
che chiama dal profondo
la presenza. Averti tra l’andare
e l’incertezza di spegnere assoluti
ululati dentro l’estremità
dell’essere abbattuti all’esistenza
del nostro viscerale ritrovarsi
nel palmo mansueto della voce.
Oggi si ricompone lo sconcerto
di questo impetuoso sovrapporsi
di mondi immersi dentro la coscienza
del vuoto immenso. E tu gemi
per l’inaridirsi infinito del silenzio
che sgorga dalla molteplicità del nostro
riversarsi schiantati dentro
il nome delle cose.
Odo
l’eco tua crepitante nelle ondulazioni
nei sobbalzi del sogno frastornante
della vita. E m’immergo
a rinverdire l’assurdità del nulla.





Horror vacui


Sei una creatura che geme
di quell’aridità fasciata da un silenzio
che uccide.

Ho per te, per questo tuo innalzarti
dal centro della esangue latitudine
del tuo piagato cuore, provato gelosia.

Non potrà mai essere consolato
questo scomposto grido dell’orrore:

esso ha varcato la soglia della maledizione
e languisce nel fondo ignoto
di questa estenuazione della vita
che si protrae nel vuoto
aperto dall’abominio umano.

A Dio si grida nella disperazione
che ha triturato il tratto estremo
dell’essere ragione di questa inesistenza
d’ogni riscontro vero che demarca
la distorsione di un segno senza senso
che traccia la storia della sciagura umana.

E tu hai concepito l’impetrazione estrema.

Ma la vendetta di Dio
dimora sulla Croce: intera, feroce
esatta ad esigere il prezzo dell’abisso
infinito, atroce, che sgorga dalla colpa.

Ai piedi della Croce, unica la speranza
attecchisce e deflagra nella feracità
di cieli e terra nuovi:

Iddio ‘sogghigna’ soltanto di un amore
incalzato da un vento di follia
che non ha spazio nella mente umana.





* * *


Dovrebbe farsi vento


Dovrebbe farsi vento
la voce del silenzio - tempesta
che aspiri in nebulosi vortici
il polline infecondo
delle distanze umane.

E lo sciolto discorrere dell’acqua
farsi ombra d’inanellati brividi
rapida turbolenza condensata
al gelido lunare levigarsi
della notturna luce
rapita ad annunziare
il rifluire immenso delle costellazioni.

Questa occulta effusione del pensiero
raccoglie sorpresa traboccante
l’umano sentiero dei presentimenti
e le alari dimore di irruzioni
nello spirituale sciogliersi dei sensi
nel compimento estremo
degli abbracci.

Ma l’empito di vita si confonde
nel declinare vano
della sostanza umana
e scivola la nostalgia degli occhi
eterna a confiscare
trafitta la luce dei tramonti.

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